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Polonia, tanti prodigi (e qualche incertezza) in vista del Consiglio Europeo

Al contrario di tutti gli altri partner europei, la Polonia del Primo Ministro Donal Tusk che si avvicina la Consiglio Europeo è un Paese che non è andato in recessione a causa della crisi economica globale. È infatti un esempio di relativo successo: negli ultimi vent’anni ha visto una marcata crescita, soprattutto per merito di appropriate politiche macroeconomiche e di un basso costo del lavoro. Le buone performance della Polonia – comparate alla pessima situazione in cui versano i Paesi dell’Eurozona – sarebbero dovute anche al fatto di non aver aderito alla moneta unica e di non aver nemmeno ancorato lo zloty all’euro, lasciando la valuta nazionale libera di fluttuare ed apprezzarsi.

Secondo le previsioni della Commissione Europea, la crescita economica polacca nel 2013 scenderà all’1.1%, mentre tornerà a salire nel 2014 al 2.2%. Stiamo parlando comunque di valori positivi e quindi non di recessione. Anche il tasso di disoccupazione però tenderà a salire dal 10.1% del 2012 al 10.9% nel 2013, per poi toccare quota 11.4% nell’anno successivo. Sul versante del deficit pubblico, Varsavia supera il famoso parametro di Maastricht  del 3% sul PIL, ma non di molto: nel 2012 il disavanzo era al 3,5% del PIL e scenderà invece al 2,4% solo nel 2014. Proprio a causa di questi ultimi dati, la Polonia è sottoposta alla procedura d’infrazione per deficit eccessivo dal 7 luglio 2009 e sarebbe dovuta rientrare sotto il 3% nel 2012, attraverso una serie di misure concordate con il Consiglio, che avrebbero portato ad un aggiustamento di almeno un quarto di PIL all’anno. Tuttavia l’obiettivo non è stato centrato, così la Commissione ha raccomandato il 29 maggio scorso di prorogare di due anni il termine per consentire al Paese di porre fine alla situazione di disavanzo eccessivo entro il 2014. La Polonia deve arrivare a un disavanzo nominale del 3,6% del PIL nel 2013 e del 3,0% del PIL nel 2014, coerentemente con un miglioramento annuo del saldo strutturale pari almeno, rispettivamente, allo 0,8% e all’1,3% del PIL, in base alle previsioni di primavera 2013 fornite dai servizi della Commissione. Va ricordato, invece, che il debito pubblico è sotto la soglia del 60% del PIL: nel 2012 si è attestato a 55.6% ed è previsto a quota 58.9% nel 2014.

Sebbene la Polonia abbia compiuto sforzi significativi per rispettare quanto inserito nella country-specific reccomendation (CSR) del 2012, riformando soprattutto il sistema pensionistico e quello scolastico e attuando notevoli liberalizzazioni, sono ancora molte le sfide che la Commissione indica nel documento di accompagnamento alle raccomandazioni del Consiglio in vista del Consiglio Europeo. Tali indicazioni sono concentrate in quattro aree: finanze pubbliche, partecipazione al mercato del lavoro, infrastrutture e miglioramento del contesto per fare impresa ed innovazione.

In merito alla prima area d’intervento, vengono suggerite misure addizionali per ridurre il deficit pubblico, il miglioramento dell’efficienza del sistema sanitario nazionale perché gli sprechi non gravino sulla spesa pubblica e una riforma del sistema fiscale che riduca il peso della burocrazia sui cittadini e renda più efficace il meccanismo di riscossione.

In quanto al mercato del lavoro, si segnala che i lavoratori più anziani, ed in special modo le donne, non hanno beneficiato dell’aumento del tasso d’occupazione registrato negli anni passati, anche e soprattutto a causa della mancanza di servizi pubblici per l’infanzia. Inoltre, il tasso di disoccupazione giovanile sta salendo (dal 17.2% al 26.5% tra il 2008 e il 2012), a causa del carente incontro tra scuola e le necessità del mondo del lavoro: anche in Polonia, spesso il contratto tipico per i giovani è a tempo determinato con salari più bassi e minori corsi di formazione professionale. Infine, la quota di popolazione a rischio di povertà rimane alta.

Per ciò che attiene le infrastrutture, nonostante gli investimenti ingenti nella rete stradale del Paese, molte sono ancora da realizzare, specialmente la rete ferroviaria e dell’energia. Ciò rallenta la crescita e classifica la Polonia tra i peggiori Paesi europei per ICT e copertura di banda larga internet. Infine, anche le possibilità di fare impresa e innovazione andrebbero incrementate. La Polonia è sotto la media europea per quanto riguarda la spesa per la ricerca pubblica e privata, con lo 0.77% del PIL contro circa il 2% medio europeo. L’obiettivo dev’essere giungere all’1.7% del PIL in ricerca e sviluppo entro il 2020. Si deve ancora fare molto dal punto di vista degli strumenti statali di supporto all’innovazione con misure più efficaci quali gli incentivi fiscali. Anche la pubblica amministrazione, i cui livelli d’efficienza sono tra i peggiori dell’UE, merita profonde riforme soprattutto nel sistema giudiziario e nell’amministrazione fiscale.

Il premier Tusk, rappresentante di Piattaforma Civica, forza politica afferente al Partito Popolare Europeo (PPE), si presenta dunque al Consiglio Europeo con un bagaglio nazionale costituito da alcuni punti di forza (una buona stabilità macroeconomica e prospettive future abbastanza rosee) e da alcune debolezze (la lunga serie di riforme ancora da attuare).  Salito all’attenzione delle cronache europee per l’annuncio recente di rinuncia a una possibile propria candidatura al ruolo di Presidente della Commissione Europea per il PPE, Tusk mira invece alla rielezione in patria nel 2015, anno cruciale in cui si svolgeranno sia le elezioni parlamentari, sia quelle presidenziali. Per giustificare una sua nuova elezione, Tusk, che oggi guida un governo di coalizione supportato anche dal Partito Popolare Polacco, dunque ha tutto l’interesse ad operare per un’effettiva ripresa europea, soprattutto del vicino tedesco, che inizia anch’esso a subire i primi colpi della crisi economica.

In foto, Donald Tusk, primo ministro polacco, al summit 2011 del Partito Popolare Europeo. (Foto: European People’s Party)

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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