giovedì , 16 agosto 2018
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Rajoy, l’Europa e la cantera esaurita: la Spagna in cerca di futuro

Dopo due titoli europei e uno mondiale, da una settimana la Real Federación Española de Fútbol può fregiarsi anche dell’europeo Under 21 conquistato a Gerusalemme dalla rojita, l’ultimo successo nato dalle famigerate canteras e della cura dei talenti nelle scuole sportive giovanili. Una sorta di oasi in uno scenario altrimenti sconfortante.

Secondo le stime fornite dalla Commissione Europea nelle Country Specific Recommendations, la disoccupazione giovanile in Spagna ha toccato il terrificante record del 56%, con un tasso generale al 27%. La Spagna paga lo scotto di una formazione professionale debole, con ben il 35% dei disoccupati privi di qualifiche, ma le radici della crisi sono antiche: dalla metà degli anni Novanta al 2007, lo sviluppo spagnolo fu legato ai sovrainvestimenti nel settore immobiliare – che giunse a valere il 12% del PIL – ed al crescente indebitamento esterno che portò il deficit di partite correnti a toccare il picco del 10% del PIL proprio nel 2007. La crescita, anziché da una forte domanda esterna, proveniva tuttavia da una domanda interna arrivata a valere per il 107% del prodotto, sottolineando la scarsa competitività dell’economia spagnola.

Dopo l’esplosione della bolla immobiliare, la lieve ripresa della competitività non è coincisa con l’adeguamento dei salari, realizzatosi solo grazie all’uscita dal mercato del lavoro della fascia meno protetta, in particolare dei giovani precari, ma senza significativi aumenti di produttività. La viscosità del mercato del lavoro e il sistema dualistico di protezione, fortemente sbilanciato a favore di coloro in possesso di un lavoro già garantito, hanno spinto la Commissione ad insistere affinché Madrid proceda sulla strada della riforma del mercato del lavoro iniziata nel febbraio 2012: gli obiettivi sono una maggiore flessibilità per l’aggiustamento dei salari e la riduzione dei costi di licenziamento dei lavoratori con contratti a tempo determinato, in modo da ridurre il gap con i precari, sfavoriti anche dai minori costi di compensazione dovuti in caso di licenziamento immotivato. Fondamentale l’approvazione entro luglio del Piano nazionale per l’Occupazione, che dovrà incentrarsi sulle politiche attive per il lavoro, in particolare su formazione continua e potenziamento dei servizi pubblici di collocamento.

Se è vero che la Commissione preme sul governo di Madrid perché attui semplificazioni e liberalizzazioni, è chiaro che l’imperativo categorico del premier Mariano Rajoy è il consolidamento delle finanze pubbliche. Con un PIL al secondo anno di recessione (-1,4% nel 2012, -1,5% nel 2013) lo sforzo di aggiustamento fiscale rimane elevato, 2,9% sul PIL per il 2012, 2,5% nel 2013, e il deficit strutturale migliorerà solo dell’1,1% contro il 2,5% suggerito dalla Commissione. Dall’esorbitante 10,6% del 2012, grazie soprattutto al sostanziale miglioramento dell’avanzo primario (ben 4,5%) il rapporto deficit/PIL calerà quest’anno al 6,5%, mancando il 4,5% previsto dalla procedura per deficit eccessivo (EDP). Ancora peggiore è la performance 2014, con il deficit al 7% contro il 2,8% fissato nella EDP, risultato di una crescita anemica (+0,9%) e di un rapporto tasse/prodotto interno tra i più bassi d’Europa.

Di fronte a questi squilibri macroeconomici, tra cui s’inserisce l’aumento degli interessi sul debito che nel 2014 supererà il 95% del PIL, la Commissione ha accordato una proroga di due anni sino al 2016 per riportare il deficit sotto il tetto del 3%: i nuovi obiettivi per il periodo 2013-2016 sono 6,5%, 5,8%, 4,2% e 2,8%, con uno sforzo di aggiustamento medio annuale dell’1,3% del PIL.  Il governo Rajoy dovrà quindi farsi carico di un’ulteriore dose di politiche restrittive e riforme necessarie ma impopolari, su tutte il riassetto del sistema pensionistico, con l’adattamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, e del sistema di tassazione, per cui la Commissione chiede di limitare l’utilizzo dell’IVA agevolata. A questo si aggiunge una razionalizzazione della spesa pubblica tra il livello centrale e quello regionale, con una particolare attenzione alla fissazione di costi standard per la spesa sanitaria. Sullo sfondo rimane la ristrutturazione e ricapitalizzazione del sistema bancario, sostenuto ad oggi da un programma di assistenza finanziaria per un massimo di 100 miliardi di euro, forniti dai meccanismi EFSF-ESM e veicolati al sistema bancario spagnolo attraverso lo strumento del Tesoro, il Fondo de Restructuración Ordenado Bancaria, appositamente creato.

Il consenso dell’elettorato per il Partito Popolare, chiamato a sopperire all’inazione mostrata precedentemente dal PSE di Zapatero, è in caduta libera: l’opposizione ai programmi di austerità è costata a Rajoy e al Partido Popular quasi quindici punti percentuali nei principali sondaggi d’opinione rispetto allo strepitoso 44,5% ottenuto alle elezioni del novembre 2011. A beneficiare della perdita di consenso del PP non è il PSE, che perde ancora circa due punti rispetto al già umiliante 28% del 2011, ma la formazione social-liberale Unión Progreso y Democracia (UPyD) e a quella di sinistra radicale Ezquierda Unida (ED), attestate rispettivamente (Dati My Word del 18 giugno) al 17,7% ed al 15,2%. Risultati tali da obbligare, se ripetuti alle urne, uno dei due partiti principali ad aprire ad una coalizione di governo. Come già in Grecia e Italia,  il forte dissenso per il sistema partitico si manifesta con una preferenza di rinnovamento data alla sinistra radicale di Cayo Lara o al progetto riformatore di UPyD e della sua fondatrice Rosa Diez, attualmente il personaggio politico più apprezzato in Spagna.

Già indebolito ad inizio anno dall’esplosione di uno scandalo per il presunto percepimento di fondi neri tramite il Partito Popolare, Mariano Rajoy giunge quindi al Consiglio Europeo in una posizione quantomai delicata: i due anni di proroga concessi dalla Commissione sono una boccata d’aria fresca per un esecutivo in difficoltà nel portare avanti l’azione di riforma dei fondamentali della propria economia, ma la debolezza politica del governo non sembra permettere a Rajoy sufficiente margine d’iniziativa ai tavoli di Bruxelles. Meglio, probabilmente, giocare di rimessa ed accodarsi alle posizioni di Francia e, soprattutto, Italia per capitalizzare quantomeno minimi risultati nella lotta alla disoccupazione.

In foto: il Primo Ministro spagnolo Mariano Rajoy (Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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