martedì , 20 febbraio 2018
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Tra Francia e Commissione è scontro aperto. Hollande arriva debole al Consiglio Europeo

«Il signor Barroso è il carburante del Front National, il carburante di Beppe Grillo! L’intera classe politica europea non vede che l’Unione Europea è l’unica regione del mondo ad avere organizzato la propria recessione, mentre ovunque nel mondo c’è crescita economica». A dirlo non è un esponente di un partito politico estremista, ma il Ministro francese dell’industria Arnaud Montebourg. Etichettato da Alain Juppé – ex Ministro degli esteri e Presidente dell’Unione per un Movimento Popolare – come un «arcaico residuo del secolo scorso», José Manuel Barroso è finito nel mirino della politica francese per aver criticato il veto della Francia alla liberalizzazione degli scambi con gli Stati Uniti nel settore culturale. «Alcuni dicono di appartenere alla sinistra, ma nei fatti sono culturalmente reazionari», aveva dichiarato il Presidente della Commissione Europea a margine del G8, puntando il dito contro «una logica anti-globalizzazione completamente reazionaria».

Lo scorso lunedì, Barroso ha risposto a tono anche agli attacchi provenienti da Parigi, dicendo che servirsi della Commissione per mascherare le proprie debolezze non porterà l’Europa molto lontano. «Quando si tratta di riforme economiche, apertura, globalizzazione, Europa e istituzioni», ha rincarato, «alcuni nazionalisti di sinistra sostengono le stesse posizioni dell’estrema destra». Il Commissario al mercato interno, il francese Michel Barnier, ha preso le parti del suo Presidente attaccando la politica francese. «È insopportabile questo modo di discolparsi scaricando le responsabilità su Bruxelles», ha detto in un’intervista all’emittente France 2. «Ne ho abbastanza di vedere nel mio Paese ministri e politici che dicono che la colpa è degli altri quando è loro dovere lottare contro la disoccupazione rilanciando la competitività delle imprese facendo le riforme».

Sull’orlo di una crisi di nervi e alle prese con una situazione economica che non migliora, la Francia si presenterà al Consiglio Europeo più debole di quanto avrebbe sperato. Le stime del FMI parlano per il 2013 di una contrazione del PIL dello 0,2%. L’economia francese dovrebbe tornare a crescere solo nel 2014, mentre la perdita di quote di mercato all’estero e la stagnazione dei consumi interni rendono difficile riassorbire la disoccupazione e consolidare le finanze pubbliche. Se il piano di François Hollande era quello di costruire un asse con Roma e Madrid coinvolgendo la Commissione nel varo di una politica economica meno rigida rispetto agli equilibri di bilancio, il progetto può dirsi a un passo dal fallimento.

Raramente Parigi e Bruxelles sono state più lontane di oggi. Gli attacchi frontali al Presidente della Commissione sono episodi di uno scontro politico profondo che vede contrapporsi la Francia e l’esecutivo comunitario. Dopo la pubblicazione da parte della Commissione delle Country Specific Recommendations (CSR), uno stizzito Hollande aveva rivendicato la sovranità francese invitando Bruxelles a non interferire nelle decisioni di politica economica nazionale. Le richieste di riforma provenienti dalla Commissione erano però le condizioni per la proroga di due anni (fino al 2015) concessa a Parigi per completare il rientro dal deficit eccessivo al di sotto della soglia del 3% del PIL. Il deficit, infatti, si attesterà quest’anno intorno al 3,7%, un valore più che dimezzato rispetto al quello record del 2009 (7,5%), ma insufficiente per centrare gli obiettivi concordati con l’UE. Annunciando la proroga, Barroso aveva detto che l’allungamento dei tempi era stato concesso in cambio di un impegno francese per la realizzazione di «riforme credibili».

Come sottolineato nelle CSR, la Commissione individua nella perdita di competitività la causa degli squilibri macroeconomici e sottolinea la necessità di riformare il sistema iniziando proprio dalle pensioni. Il rischio è infatti che il deficit del sistema previdenziale finisca con l’appesantire ulteriormente il disavanzo pubblico. A Bruxelles si teme poi che la disoccupazione, che a marzo ha raggiunto l’11%, possa diventare di lungo termine se non verrà reso più flessibile il mercato del lavoro. Misure come l’aumento del salario minimo deciso lo scorso luglio, si ricorda nelle CSR, vanno nella direzione opposta a quella indicata da Commissione e Consiglio. Liberalizzazioni nel settore delle professioni, delle infrastrutture e del commercio, insieme alla riduzione del costo del lavoro, sono tra le ricette raccomandate per accrescere il dinamismo di quella che resta la seconda economia dell’UE.

Alla base del dissidio tra Parigi e Bruxelles vi è dunque una diversa diagnosi della malattia e quindi una visione opposta della cura da somministrare. Hollande e il governo di Jean-Marc Ayrault ritengono che i problemi della Francia siano dovuti alla carenza di misure di protezione commerciale, a un euro troppo forte che danneggia le esportazioni e all’impossibilità di usare la spesa pubblica per favorire la ripresa della domanda interna. La Commissione resta invece su posizioni rigoriste, ponendo il focus sulle cause strutturali alla base della perdita di competitività e individuando nelle rigidità del sistema e nell’eccesso di spesa pubblica e pressione fiscale le vere ragioni della crisi.

Sceso al minimo assoluto di popolarità dall’inizio del suo mandato (31%), Hollande si trova in una posizione non invidiabile alla vigilia del Consiglio Europeo. Indebolito in patria dalla crescita dei movimenti euroscettici e dal malcontento di una base che non si accontenta le aperture sui matrimoni gay, Hollande ha marginalizzato la propria posizione in Europa. Schierandosi contro la Commissione, promettendo riforme per poi rimandarle e rivendicando la piena sovranità nella gestione della politica economica, ha indebolito la governance economica dell’UE, vera conquista di questi anni di crisi.

L’insistenza del governo italiano sul tema della lotta alla disoccupazione giovanile ha dato a Hollande un’occasione per ricollocarsi al centro della politica europea. Al Consiglio Europeo la Francia potrà contare su un’Italia determinata a ottenere risultati concreti. Se la collaborazione tra Parigi e Roma riuscirà a smuovere una Germania in piena inerzia pre-elettorale, l’UE potrebbe essere in grado di dare risposte al dramma della disoccupazione. La chiave per convincere i partner al Consiglio Europeo è la fiducia che a ogni concessione si affianchi il rispetto delle regole. Presentarsi al tavolo da ultima della classe non è un buon inizio, ma Hollande e i suoi alleati hanno dalla propria parte una realtà economica drammatica che reclama interventi nel minor tempo possibile.

In foto il Presidente francese François Hollande e il Presidente della Commissione José Manuel Barroso (Foto: European Commission). 

L' Autore - Davide D'Urso

Caporedattore, Presidente del Consiglio di Redazione e Vice Presidente dell'Associazione OSARE Europa - Laureato in Scienze Internazionali e Studi Europei presso l'Università di Torino e la Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi, ho avuto esperienze professionali a Torino e Novara nei settori della comunicazione e dell'internazionalizzazione d'impresa. Nel 2014 ho lavorato a Bruxelles come addetto stampa per la Presidenza italiana del Consiglio UE. Vivo e lavoro a Torino. Scrivo di politica e istituzioni UE, Mediterraneo e politica di vicinato.

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