giovedì , 16 agosto 2018
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Previdenza sociale: corretto aspettare 3 mesi per i sussidi

La Corte di Giustizia, con la sentenza emessa il 25 febbraio scorso relativa alla causa C-299/14, conferma il suo precedente orientamento giurisprudenziale: i giudici europei hanno infatti ribadito che il diritto comunitario consente agli Stati membri di negare alcune prestazioni sociali a cittadini di altri Paesi europei durante i primi tre mesi di soggiorno.

Previdenza sociale ai cittadini di altri Stati UE

La Corte d’appello tedesca aveva sollevato la questione alla Corte di Giustizia a seguito del provvedimento di un centro per l’impiego nazionale che aveva negato le prestazioni di sussistenza tedesche ad una famiglia spagnola per i primi tre mesi di soggiorno in Germania. La Corte di Giustizia si è espressa confermando la decisione del sistema di previdenza sociale tedesco, ricordando che il “cittadino dell’Unione” può soggiornare in un altro Stato membro per un periodo fino a tre mesi senza condizioni ulteriori rispetto al semplice possesso della carta di identità o di un passaporto valido, secondo quanto previsto dalla direttiva 2004/38 del Parlamento Europeo.

Il ragionamento che fa la Corte, basato proprio sulla legittimità di queste previsioni normative, è dunque il seguente: dal momento che gli Stati membri non possono esigere, per i primi tre mesi di soggiorno, che i cittadini europei di altri Paesi posseggano mezzi di sussistenza sufficienti e un’assicurazione per malattia personale, è giusto consentire a tali Stati, per preservare l’equilibrio finanziario del loro sistema previdenziale, di negare a detti cittadini la concessione di qualsivoglia prestazione sociale, almeno per questo primo periodo. Tale rifiuto, poiché è legittimo in quanto tale, secondo i giudici, non deve essere subordinato ad alcun esame della situazione individuale dell’interessato.

Una mancata apertura alle richieste britanniche

E’ molto importante però fare alcune distinzioni. Il diritto dell’Unione, come riconosciuto anche dalla Corte di Giustizia, nega che i suddetti principi si possano applicare anche a chi usufruisca del diritto alla libera circolazione e di soggiorno in virtù dello status di lavoratore, sia autonomo che subordinato. Questo porta ad escludere, come è stato sottolineato anche dagli studiosi di diritto comunitario che hanno commentato la sentenza, che la decisione in esame possa avere un intento discriminatorio: i giudici europei infatti escludono per i primi tre mesi solo il diritto alle prestazioni di natura assistenziale e non ai sussidi da lavoro o più in generale a quelli previsti per facilitare l’ingresso al mercato del lavoro.

In sostanza, la decisione della Corte non ha nulla a che vedere, né tanto meno legittima quanto è stato deciso al Consiglio Europeo nel corso delle giornate del 18-20 febbraio: ci si riferisce alle condizioni che sono state concordate per evitare il c.d. Brexit, ossia l’uscita dall’Unione della Gran Bretagna, e in particolare al “freno di emergenza” che l’Inghilterra potrà attivare per concedere l’accesso al welfare dei cittadini comunitari, che dovranno aspettare 4 anni prima di poter godere appieno delle prestazioni previdenziali dello Stato britannico.

Una misura, quella che è stata autorizzata per Londra, che fa molto discutere e riflettere sul grado di integrazione sociale che gli Stati membri sono disposti a riconoscersi l’uno con l’altro. I giudici europei nella sentenza in esame hanno invece accolto una soluzione di compromesso, in quanto tale accettabile e che forse può anche leggersi come una strenua resistenza, almeno a livello più strettamente giuridico, al vento di euro-scetticismo che si è fatto sentire negli ultimi Consigli Europei.

L' Autore - Elisabetta Sartor

Studentessa all’ultimo anno di giurisprudenza all’Università di Udine. Vorrei raccontare l’impegno europeo per una maggiore tutela dei diritti, soprattutto degli ultimi. Scrivere mi dona felicità, è un modo per conoscere se stessi e la realtà multiforme e imprevedibile che ci circonda.

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