mercoledì , 21 febbraio 2018
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Belgio espelle cittadini europei: crisi ed austerità nemiche della libera circolazione

All’inizio del nuovo anno, con la fine delle limitazioni poste ai lavoratori romeni e bulgari al momento dell’entrata nell’UE dei loro Paesi, è tornato in auge il tema della libera circolazione. Sull’onda delle polemiche alimentate dal governo britannico per sedurre l’elettorato in vista delle elezioni politiche 2015, torna puntuale il dibattito sul fantomatico welfare tourism. Il nuovo “mostro sociale” rappresenta una lettura abusiva della libertà di circolazione da parte di cittadini europei ‘scrocconi’, che decidono di fare le valigie per sfruttare modelli di welfare sociale più avanzati presenti in Stati Membri diversi da quello di provenienza.

“Sale” al dibattito è aggiunto dall’agitarsi dello spauracchio dell’adesione della Turchia all’UE, dovuto più al rilancio, a dicembre, del dialogo sulla liberalizzazione dei visti che a considerazioni oggettive sul reale stato dei lavori per l’adesione. Se il tam tam mediatico assume contorni per così dire ‘pittoreschi’ in un Paese come la Gran Bretagna, che oltretutto non fa parte di Schengen, basta volgere lo sguardo verso altri Paesi UE per capire come la crisi e le politiche di austerità stiano facendo vacillare uno dei pilastri dell’integrazione europea. Con oltre 14 milioni di cittadini che studiano o lavorano in un Stato Membro diverso da quello di provenienza, la libera circolazione è anche uno dei diritti più utilizzati, associato facilmente, da alcuni, al concetto stesso di cittadinanza europea.

Piuttosto che alimentare lo spettro dell’invasione, ci si dovrebbe domandare cosa ne è dell’armonizzazione delle politiche sociali nell’UE. Durante la conferenza organizzata il 18 febbraio dalla DG EMPL per l’analisi dell’ultimo rapporto “Employment and social developments in Europe”, il fallimento del metodo aperto di coordinamento delle politiche sociali si è palesato in tutta la sua evidenza. Continua invece la polarizzazione nella crescita e nella creazione di posti di lavoro. Da una parte, i cittadini dei Paesi con welfare lenti e poco sviluppati e problemi strutturali del mercato del lavoro, resi insormontabili dalla crisi, tornano ad emigrare verso il nord. Dall’altra, nei Paesi con un mercato del lavoro meno asfittico e sistemi sociali più articolati, prende piede la retorica contro gli assistenzialismi verso cittadini di varia provenienza.

Il caso del Belgio è illuminante. Oltre ad essere una delle più multiculturali d’Europa, la società belga gode anche di uno dei sistemi di protezione sociale più sviluppati. Maggie de Block, Segretario all’Asilo e la Migrazione, l’Integrazione sociale e la Lotta contro la povertà (open-VLD, liberali fiammighi) è diventata l’emblema della politica del pugno di ferro portata avanti dal governo Di Rupo nei confronti dei cittadini stranieri. Di tutti gli stranieri. Le espulsioni di europei sono esplose nel corso degli ultimi anni: solo nel 2013 sono state ben 5.571; nel 2012, poco più di 1900. L’escalation è cominciata nel 2011, con più di 1000 espulsi, il triplo rispetto all’anno precedente.

Il diritto sulla carta. In un’Unione economica senza politica sociale comune, si ha il diritto di entrare in un altro Paese e rimanervi fino a tre mesi senza alcun obbligo, ma anche senza alcun diritto alle prestazioni sociali. La permanenza è concessa per altri sei se si è in grado di dimostrare che si sta cercando attivamente un lavoro. In caso di insuccesso nel mercato del lavoro, al termine dei sei mesi bisogna fare le valigie, a meno che non si disponga di mezzi finanziari per sostenersi e di un’assicurazione sanitaria.

La realtà in tempo di crisi. La maggior parte delle migrazioni verso il Belgio sono intra-europee: gli stranieri provengono essenzialmente dai Paesi dell’UE-15. Così come in altri Paesi però, anche in Belgio lavoro non è sinonimo di tutela dal rischio di povertà. L’Eurostat ha sviluppato una tabella che mostra l’incidenza della povertà tra i lavoratori, a seconda del tipo di contratto. Per non parlare dei lavoratori invisibili: contratto non registrato e politica dello stage perpetuo. Non a caso la qualità del lavoro è uno degli indicatori sociali che secondo il PE dovrebbe, al pari di quelli macroeconomici, orientare le riforme strutturali.

L' Autore - Redazione Europae

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