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© Oregon Department of Transportation

Cina, Tribunale Ue conferma misure anti-dumping su pannelli solari

Il Tribunale dell’Unione Europea ha confermato le misure anti-dumping applicate alle società cinesi produttrici di pannelli solari, respingendo tutti i ricorsi dalle stesse presentati. Nel 2013, infatti, il Consiglio decise di imporre dei dazi sulle importazioni di pannelli solari e dei loro componenti essenziali in provenienza dalla Cina per contrastare la pratica del dumping. Ben 26 le società cinesi colpite, il 47% del settore se si considera l’intero indotto.

Il mercato dei pannelli solari in Cina

La vicenda prende avvio da un’indagine condotta dalla Commissione UE, a seguito di una denuncia presentata da un gruppo di imprese europee impegnate nel settore fotovoltaico riunite in un consorzio chiamato EUProSun, che ha rivelato come i pannelli solari cinesi venissero venduti sul mercato europeo a prezzi notevolmente inferiori rispetto al loro valore normale di mercato, generando in tal modo la pratica commerciale scorretta conosciuta come dumping e indebolendo l’industria solare europea.

E’ emerso, altresì, che alcuni produttori ricevevano addirittura sovvenzioni illegali dal governo di Pechino per fronteggiare le perdite economiche a cui si esponevano, vendendo i beni al di sotto persino del loro costo di produzione. A partire dal 2007 il mercato solare cinese, forte di una produzione a basso costo e su larga scala, si è notevolmente espanso, contando sugli incentivi di settore concessi dalle autorità. Nel mondo ben cinque dei maggiori produttori di pannelli solari sono cinesi e il valore delle esportazioni si aggira intorno ai 27 miliardi di euro.

Il contesto della sentenza

Di certo la decisione presa dai vertici europei non è priva di ripercussioni, soprattutto se si pensa all’annosa questione interna all’Europa che vede divisi i Paesi del Nord, favorevoli, e i Paesi del Sud, contrari, al riconoscimento alla Cina del MES (Market Economic Status). In special modo i paesi manifatturieri, come Francia ed Italia, temono che un’apertura verso la Cina comporterebbe il rischio di un dumping selvaggio in danno dei produttori europei, problema che invece non affligge i paesi nordici che, al contrario, si caratterizzano per le maggiori importazioni.

Si consideri che nelle procedure anti-dumping dell’Unione Europea il metodo praticato è quello del “Paese analogo” che consente di utilizzare, come parametro per le valutazioni relative ai prezzi dei prodotti importati dalla Cina, i prezzi, solitamente più alti, di un Paese terzo. E’ chiaro che in tal modo è possibile applicare margini di correzione superiori rispetto a quelli che sarebbero praticati se fossero considerati i prezzi o i costi interni cinesi, contenendo il fenomeno della concorrenza sleale.

L' Autore - Martina Mandozzi

Sono laureata in Giurisprudenza presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma nel 2014, discutendo una tesi in diritto commerciale comparato. Amo la dialettica, come arte di scoprire la verità ma, soprattutto, mi piace discutere con chi la pensa diversamente da me. Mi interesso di tematiche giuridiche legate all’Europa rientranti principalmente nell’area del mercato unico. Marchigiana e profondamente attaccata alla mia terra ed al mio amato paese, Amandola.

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