mercoledì , 15 agosto 2018
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Photo © Jed Sullivan, 2013, www.flickr.com

Common European Sales Law: come ridurre i costi di transazione

di Martina Mandozzi

La proposta di regolamento che intende introdurre, per tutti gli Stati membri, uno strumento opzionale diretto alla regolazione delle transazioni transfrontaliere (cross-borders transactions), risale all’ottobre del 2011 e rappresenta la sintesi del lungo percorso di armonizzazione del diritto contrattuale europeo. In particolare, la proposta è stata presentata ufficialmente al Parlamento Europeo ed al Consiglio sulla base della consultazione pubblica, lanciata dalla Commissione, e dell’Impact Assessment. Riprende sostanzialmente il contenuto dello studio di fattibilità, elaborato da un gruppo di esperti appositamente incaricati, che si è ispirato al contenuto del Draft Common Frame of Reference, un testo elaborato da accademici ma nato sull’impulso delle istituzioni.

Il diritto comune europeo della vendita interverrà per ridurre gli importanti costi di transazione che affliggono gli scambi tra Paesi membri. Costi che sono connessi principalmente alla difficoltà di reperire le norme straniere applicabili, alla consulenza legale e, negli scambi tra un’impresa ed un consumatore, alla necessità di adeguare i contratti ai requisiti della legge del consumatore. Gli studi dimostrano come sia soprattutto la PMI ad essere scoraggiata ad intraprendere scambi al di fuori dei propri confini. Da questa prospettiva, la proposta risulta coerente con le politiche UE volte ad aiutare le piccole-medie imprese, specificamente con la comunicazione EUROPA 2020 “una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”, e con gli inviti del Consiglio Europeo lanciati nell’ambito dello Stockholm Program, adottato per il periodo 2010-2014.

Il diritto comune europeo si applicherà in seguito ad una scelta delle parti, secondo l’operare tipico del metodo opzionale, e sarà indirizzato alla regolazione delle contrattazioni transfrontaliere, ad esclusione di quelle nazionali, a meno che lo Stato membro non decida diversamente. Esso non interesserà il contratto in generale ma esclusivamente il contratto di vendita, il più frequente e rilevante in una prospettiva transnazionale, e la fornitura di contenuti digitali e servizi collaterali, stipulato tra un professionista ed un consumatore (B2C) ovvero tra sole parti professionali (B2B).

La base giuridica è stata individuata nell’art. 114 del TFUE, che consente di adottare un atto volto a ravvicinare le legislazioni degli Stati membri, contribuendo a garantire le quattro libertà. Il regolamento, negli intenti della Commissione, non si presenterebbe come ventinovesimo regime in aggiunta a quelli presenti nei Paesi membri ma, più correttamente, come un secondo regime di diritto dei contratti all’interno dell’ordinamento giuridico di ciascuno Stato membro, armonizzando in tal modo le legislazioni nazionali. Il disposto contenuto nel diritto comune europeo della vendita si allinea, relativamente alla tutela del consumatore, alla recente Consumer Rights Directive (CRD) 83/2011/UE, con specifico riferimento alla disciplina degli obblighi informativi e del recesso, realizzando, in questo ambito, una tutela unitaria ed omogenea per tutti i Paesi membri, che si informa al principio dell’armonizzazione massima.

Convincente la scelta di affidare l’armonizzazione del diritto contrattuale allo strumento del regolamento, considerando maturi i tempi per l’adozione di una simile misura. Si supera, in questo modo, l’approccio inconsistente che connota l’intero acquis communautaire, laddove le direttive che si sono nel tempo succedute hanno lasciato, totalmente o parzialmente, la possibilità agli Stati membri di specificare la materia oggetto dell’intervento, con i limiti di effettività che ne sono derivati.

Il Parlamento Europeo ha adottato, nella seduta del 26 febbraio 2014, in prima lettura, la proposta, introducendo una serie di emendamenti che ne hanno modificato la portata (ad es. è stata soppressa la limitazione, nei contratti B2B, per cui una delle parti dovesse essere una PMI). La Commissione ha reso nota la sua posizione il 25 maggio, accettando gran parte degli emendamenti proposti dal Parlamento. Ora, secondo le regole che presiedono la procedura di codecisione, ormai procedura legislativa ordinaria, spetta al Consiglio pronunciarsi.

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