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© Steve Evans

Hijab, per la Corte Ue è legittimo vietarlo sul lavoro

«Le aziende private possono vietare ai propri dipendenti di indossare indumenti o segni visibili di carattere religioso, politico o filosofico». A dirlo è la Corte di giustizia europea di Lussemburgo in risposta alle Corti costituzionali di Belgio e Francia, le quali hanno chiesto alla Corte chiarimenti circa la direttiva europea 2000/78/CE riguardo la parità di trattamento in ambito lavorativo. Dure reazioni arrivano da Amnesty International e dal presidente turco Recep Tayyip Ergoğan che accusa l’Europa di aver iniziato «una crociata contro la mezzaluna».

Hijab vietato: i due casi in Belgio e Francia

L’intervento della Corte di giustizia europea invocato dai giudici belgi e francesi riguardava due casi di donne musulmane licenziate rispettivamente dalla G4S e dalla Micropole. Nel primo caso a Samira Achbita era stato vietato di indossare lo hijab (il caratteristico velo portato dalle donne di fede islamica) secondo una norma non scritta dell’azienda. Al rifiuto della lavoratrice di rispettare la richiesta, la G4S aveva proceduto con la modifica del proprio regolamento interno introducendo il divieto per i propri dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili delle loro convinzioni politiche, filosofiche o religiose e/o di manifestare qualsiasi rituale che ne derivi. All’ulteriore rifiuto rispetto all’imposizione del datore di lavoro la donna è stata licenziata. Il secondo caso riguarda invece Asma Bougnaou, ingegnera della Micropole. Anche in questo caso al rifiuto della donna di togliere lo hijab nell’orario lavorativo per «preservare la neutralità nei confronti della clientela» è stata congedata dall’azienda.

La sentenza della Corte

Le due donne, dopo aver fatto ricorso in quanto ritenutesi discriminate dal proprio datore di lavoro, si sono viste recapitare una decisione che non ha certo soddisfatto le loro aspettative. La direttiva citata dalle Corti costituzionali dei due Paesi membri stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro. La norma europea parte dal presupposto che «qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata sulla religione o convinzioni personali, anche nei confronti di cittadini di Paesi terzi» sia condannabile.

Secondo la Corte chiamata a una più puntuale interpretazione della direttiva, tale discriminazione nei confronti delle due lavoratrici non sussisterebbe, in quanto «una regola interna che proibisca di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso non costituisce diretta discriminazione». Sempre secondo i giudici si potrebbe parlare di discriminazione indiretta qualora «venga dimostrato che l’obbligo apparentemente neutro» comporti «un particolare svantaggio per le persone che aderiscono a una determinata religione o ideologia».

In conclusione per i giudici europei la potenziale discriminazione indiretta potrebbe comunque «essere oggettivamente giustificata da una finalità legittima, come il perseguimento, da parte del datore di lavoro, di una politica di neutralità politica, filosofica e religiosa nei rapporti con i clienti, purché i mezzi impiegati per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari».

Le reazioni

Amnesty International per l’Europa e l’Asia centrale ha subito fortemente criticato la sentenza della Corte di Lussemburgo in quanto, secondo l’ONG, darebbe maggiore possibilità ai datori di lavoro di discriminare i lavoratori e le lavoratrici per la propria fede religiosa. Allo stesso tempo, anche se per motivi differenti, anche Erdoğan ha condannato la decisione dei giudici europei accusando l’UE di volersi sempre più mettere in contrapposizione con la Turchia e di portare il Vecchio continente verso una nuova guerra di religione.

L' Autore - Jennifer Murphy

Studentessa trentina laureata in Studi Internazionali e prossimamente in Gestione del territorio e dell’ambiente presso l’Università degli Studi di Trento. La mia tesi sulla diffusione delle tematiche europee nelle scuole superiori della mia Regione mi ha ulteriormente avvicinata all’UE e al modo attraverso il quale raccontarla. Mi piace osservare il mondo per capirlo ed interpretarlo al meglio.

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