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Diritto all’aborto, Italia condannata dal Consiglio d’Europa

Nella giornata internazionale della donna, celebrata l’8 marzo, l’Italia ha subito una dura e storica condanna per la mancata tutela di uno dei diritti fondamentali di ogni donna. Il Consiglio d’Europa attraverso il suo Comitato per i diritti sociali ha infatti dichiarato l’Italia colpevole del mancato rispetto del diritto all’aborto. Un diritto diventato tale nel 1978, quando  la legge 194 ha sancito la legalità nonché la disciplina dell’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), definita prima come reato.

La vicenda che ci riguarda ha avuto inizio nell’agosto del 2012, quando l’associazione International Planned Parenthood Federation European Network (IPPFEN) ha presentato un reclamo al Comitato. A supporto del reclamo sono giunte anche le osservazioni dell’associazione Luca Coscioni, diventata nota per aver difeso la giovane donna costretta ad abortire da sola in un bagno d’ospedale di Roma nel 2010.

L’oggetto del reclamo era la presunta violazione da parte dello Stato italiano della legge 194. Infatti, secondo l’IPPFEN, il crescente numero di medici obiettori di coscienza impedirebbe la tutela di alcuni diritti. Primo di tutti, il diritto alla salute, riconosciuto dalla Costituzione italiana quale diritto fondamentale. Il problema sorge dalla natura compromissoria della legge 194, in cui convivono due principi, la tutela della scelta della donna e la libera scelta del medico. È infatti stabilito da un articolo apposito che il medico curante possa praticare un’obiezione di coscienza, sottraendosi al dovere di praticare un’IVG.

Questo peculiare diritto del medico è però posto nel nulla qualora la vita della donna vada salvata a causa di “un imminente pericolo”. La formulazione rimane ampia ed è veramente arduo, nei casi concreti, comprendere quando il medico venga meno alla deontologia professionale. Inoltre la legge 194 lascia spazio a frequenti casi di discriminazione dato che l’aborto deve essere praticato dal servizio sanitario nazionale, ma spesso viene impedito dai suoi stessi dipendenti. Per dare alcuni esempi, nella regione del Molise l‘85,7% dei ginecologi si dichiara obiettore, così come l‘85,2% della Basilicata, l‘81,3% della provincia di Bolzano e il 76,7% del Veneto.

Anche su queste basi dunque il Comitato per i diritti sociali ha stabilito che la formulazione dell’art 9 della legge 194, che consente al medico di obiettare, vada rivista radicalmente. Tale normativa infatti viola principi che l’Italia ha fatto propri mediante numerosi accordi internazionali, tra i quali i due Patti internazionali nati in seno alle Nazioni Unite (ONU) sui diritti economici, sociali e culturali e su quelli civili e politici e la Carta dei diritti fondamentali dell’UE del 2000.

La situazione è quindi quanto mai critica, perché il Comitato per i diritti sociali ha ritenuto che “in Italia le donne che tentino di accedere ai servizi sanitari per abortire sono ingiustificatamente trattate in modo diverso da altre persone che ugualmente vogliano accedere all’assistenza medica”. Il Servizio sanitario nazionale quindi opera discriminazioni preoccupanti, prive di un fondamento deontologico quando non garantisca alle sue pazienti almeno un numero minimo di medici disposti a fornire il servizio. Così lo Stato italiano finisce con il violare anche l’art 11 della Carta Sociale europea (adottata in seno al Consiglio d’Europa), secondo cui “ogni persona ha diritto di usufruire di tutte le misure che le consentano di godere del miglior stato di salute ottenibile”.

La decisione del Comitato è storica perché è la prima condanna esplicita che il nostro Paese riceva dall’entrata in vigore della legge 194. Per la prima volta infatti l’Europa punta i riflettori sulla pericolosità delle scelte compromissorie che si traducono in norme destinate a divenire lettera morta in un settore tanto delicato della vita privata.

La tutela delle motivazioni religiose o etiche che spingono l’azione di professionisti sanitari non può più andare a discapito di donne che a loro volta si vedono garantito un diritto essenziale. Un diritto che, in ultima analisi, è poi quello all’autodeterminazione individuale, declinato in aspetti civili, sociali e quindi costituzionali. All’Italia ora non resta che adeguare il proprio diritto interno, provando a percorrere una strada di eliminazione delle discriminazioni che passi in primo luogo proprio dalla garanzia dell’autodeterminazione. Garanzia alla base di qualunque Stato di diritto.

In foto, una dimostrante alla manifestazione pro-aborto del 2008 a Napoli (foto Antonella Beccaria – Flick 2008)

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino (presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e al fine vita, quali tecniche di fecondazione assistita e di ‘eutanasia’. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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4 comments

  1. Grazie per l’attenzione che ha dedicato al mio articolo, ma vorrei fare alcune specificazioni.

    Innanzitutto il Consiglio d’Europa è un’organizzazione internazionale e non un generico ente. Inoltre, da nessuna parte del mio articolo si vedono riferimenti alla sua appartenenza alla struttura dell’UE. Tuttavia, data la profonda integrazione degli scopi di difesa dello stato di diritto e dei diritti dell’uomo che lega il Consiglio e l’UE, il Consiglio (nella fattispecie il suo Comitato per i diritti sociali) ha fatto riferimento non solo alla propria Carta (Europea dei Diritti dell’Uomo), ma anche a quella dei Diritti Fondamentali dell’UE (Carta di Nizza del 2000, legalmente vincolante dal 2009). Perciò non vi era alcun intento di manipolare l’informazione, se mai un’imprecisione omissiva nel chiarire il legame tra le due organizzazioni.

    In secondo luogo convengo con lei nel riconoscere che ogni diritto sia frutto di compromesso tra interessi opposti (come sarebbe se no possibile la società?), ma la logica dell’articolo prende solo il via da questa constatazione. L’assurdità sta nel fatto che l’attuale formulazione dell’art 9 della legge 194/1978 consenta a una delle due parti in gioco di precludere all’altra la soddisfazione del proprio bisogno, parimenti riconosciuto come diritto. Il bilanciamento tra i due interessi è chiaro e indiscutibilmente necessario, il Consiglio d’Europa ha però constato che il bilanciamento nella pratica non sia rispettato.

    Infine, in merito all’immagine, ritengo che la signora ivi ritratta abbia le proprie convinzioni personali, religiose e politiche in base alle quali decidere a chi appartenga il suo corpo e che io non sia legittimata a giudicarle.

  2. fabrizio messina

    Tutta la legge italiana è composta da diritti compromissori, il diritto individuale è di per se stesso compromesso dai diritti altrui. Per eliminare ogni tentativo di manipolare l’informazione il consiglio d’Europa è un ente che nulla ha a che fare con l’Unione europea, poi anche l’articolo stesso si segue una logica ridicola, si accusa l’Italia di non rispettare l’articolo 194(diritto all’aborto) perché lo stesso articolo viene rispettato (diritto del dottore), di nuovo nessun diritto è assoluto, il corpo della tizzia col cartellino se non è di dio è dello stato.

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