giovedì , 22 febbraio 2018
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Dispute tra Stato ed investitori privati: l’UE stabilisce chi debba risarcire

La settimana scorsa si è giunti finalmente ad un accordo trilaterale tra Consiglio, Commissione e Parlamento Europeo per istituire un quadro per la gestione della responsabilità finanziaria in caso di controversie tra investitori e Stati in materia di accordi internazionali commerciali (il c.d. ISDS: Investor-State Dispute Settlement). Il 16 Aprile è stato votato in plenaria a Strasburgo il regolamento che stabilisce il quadro normativo di riferimento per la gestione finanziaria del contenzioso negli accordi di liberalizzazione degli IDE (investimenti diretti esteri) futuri e in fase di negoziato.

Si è trattato, in altri termini, di stabilire chi e in quale misura sarà responsabile (e dovrà pagare) in caso di disputa commerciale in materia di investimenti tra uno Stato membro e un privato che investe in un territorio dell’Unione. Il regolamento istituisce un sistema per la gestione delle controversie investitore privato-Stato, volto a tracciare una linea di demarcazione tra i casi in cui è l’Unione (rappresentata dalla Commissione) a dover rispondere anche finanziariamente di un’eventuale controversia e quelli invece per cui la responsabilità deve ricadere unicamente sul governo nazionale.

I sistemi di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato sono previsti in numerosi accordi internazionali di libero scambio ratificati dall’UE, nella Carta dell’Energia (Energy Chart Treaty) e nella bozza del TTIP. Essi consentono agli investitori stranieri di citare in giudizio l’Unione Europea o uno Stato membro per presunta violazione dei termini del contratto di investimento. Tra il 2008 e il 2012 si contano 214 cause in tema, ma i ricorsi da parte degli investitori sono in crescita. Fra le controversie più famose, attualmente pendenti, si può ricordare la Vattenfall vs. Germania, intentata nel 2009 dalla multinazionale svedese sotto l’egida dell’Energy Charter Treaty, in relazione alla decisione tedesca di accelerare il processo di abbandono dell’energia nucleare.

Il procedimento di risoluzione di una controversia tra investitore e Stato può concludersi con un risarcimento pecuniario da parte dello Stato “condannato” (che nel caso di Vattenfal, ammonterebbe a 3,4 miliardi di euro). Ad esso, si aggiungono i costi di gestione dell’arbitrato e le spese legali.

Il regolamento votato dal Parlamento Europeo abbraccia pertanto un tema politicamente molto sensibile, essendo connesso alle competenze di UE e singoli Stati in materia di politiche commerciali. Politiche che, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, sono diventate competenza esclusiva dell’UE, responsabile di concludere accordi internazionali per la protezione degli investimenti. Nodo centrale del regolamento è la ripartizione delle responsabilità finanziaria tra l’Unione Europea e lo Stato membro eventualmente coinvolto nella controversia.

L’Unione risponderà finanziariamente quando il comportamento nei confronti dell’investitore privato è messo in atto da qualsiasi istituzione, organo o agenzia dell’Unione. In altri termini, se l’Unione in quanto entità dotata di personalità giuridica è oggetto della controversia, è tenuta a pagare. Se invece il comportamento è messo in atto da uno Stato membro, la responsabilità finanziaria è dello Stato stesso, a meno che non agisca in base a prescrizioni dettate dall’UE. In tal caso le responsabilità ricadranno nuovamente sull’UE stessa. Non è stata accolta la proposta dei Verdi secondo cui alla Corte di Giustizia sarebbe dovuto spettare un parere sull’ammissibilità delle istanze promosse dagli investitori privati, filtrando quelle da presentare eventualmente al vaglio dei tribunali internazionali.

Nonostante la chiara distinzione de iure tra responsabilità dell’Unione e degli Stati Membri, non è chiaro come possa essere effettuato de facto un taglio netto tra quello che rientra nella sfera di competenza dell’UE e quello che ricade invece sotto la responsabilità finanziaria dei singoli Stati.

Questo soprattutto in ragione dell’intreccio di competenze concorrenti tra Stati e Unione, che difficilmente disegna una gerarchia precisa di ‘chi tratta cosa’ in materia di investimenti diretti esteri. Inoltre, stabilire un riparto di responsabilità finanziarie a due livelli quando la politica commerciale comune rientra nelle materie di competenza esclusiva dell’Unione, potrebbe diventare un nodo giuridico difficile da districare in caso di reale contenzioso.

Nell’immagine, una protesta contro Vattenfall (© GuentterHH, 2013, www.flickr.com)

L' Autore - Silvia Cardascia

Laureata magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma, con specializzazione in Diritto Internazionale dell’Economia e dell’Ambiente. Dalla mia tesi di ricerca sul trattamento degli investimenti diretti esteri in Turchia e le mie successive esperienze sia nel settore del commercio estero che nel non profit nasce il mio interesse per la regolamentazione internazionale in materia di commercio, IDE e azione esterna dell'UE. Scrivo per il blog www.failcaffe.it e sono un’appassionata di geopolitica e Medio Oriente.

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