mercoledì , 21 febbraio 2018
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Donne, Unione Europea e Consiglio d’Europa: il femminicidio e la Convenzione di Istanbul

A seguito del dibattito seguito alla presentazione alla Camera dei Deputati del decreto legge sul femminicidio dello scorso 20 agosto che, se convertito in tempo utile, introdurrebbe nel nostro sistema penale nuove norme finalizzate a contrastare la violenza di genere, questo tema si rivela attuale anche per il panorama europeo. Femminicidio è un termine derivante dalla traduzione spagnola dell’inglese femicide, che indica ogni «forma di violenza e discriminazione rivolta contro la donna in quanto donna».

Una definizione ampia, che è ricompresa nel concetto più generale di violenza di genere, adatta ad abbracciare non solo lo stalking (che nel nostro codice penale, uno dei pochi in Europa, è stato inserito con l’art. 612 bis solo nel 2009 e sotto la rubrica ambigua e poco rappresentativa di “Atti persecutori”), ma anche le molestie e le violenze sessuali e psicologiche, le pratiche di infibulazione, di mutilazione, di aborto selettivo (gendercide), fino all’omicidio.

Una definizione così vasta si rivela però spesso un’arma a doppio taglio: è infatti difficile legiferare in maniera efficace su un reato che può essere perpetrato con diverse modalità di comportamento, arrivando così a creare testi normativi lunghi, prolissi, molto spesso non chiari e che tentano inutilmente di coprire in un’unica volta ogni falla del sistema.

Il rapporto tra Italia, Consiglio d’Europa e Unione Europea in merito alla questione del femminicidio è particolarmente interessante. La Convenzione del Consiglio d’Europa redatta ad Istanbul l’11 maggio 2011 è dedicata alla prevenzione e alla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e contro la violenza domestica. Nel testo, gli Stati contraenti si propongono di prevenire questa piaga sociale attraverso l’educazione e la sensibilizzazione. Secondo obiettivo della Convenzione è creare strumenti per punire prontamente chi compie atti che ledono la dignità, l’integrità morale e fisica delle donne, proteggendole attraverso la creazione, sia a livello nazionale che tramite la cooperazione internazionale, di un sistema integrato tra forze dell’ordine, sistema giudiziario e società civile.

Ad oggi la Convenzione di Istanbul è stata ratificata da cinque Paesi: Turchia (considerate le forze costituenti il governo Erdogan, una scelta interessante), Albania, Portogallo, Montenegro e Italia. Il prossimo Stato pronto a compiere questo passo dovrebbe essere la Svizzera. La Convenzione non entrerà comunque in vigore fino a quando non sarà ratificata da 10 Paesi firmatari, di cui 8 devono appartenere al Consiglio di Europa.

La presenza all’interno del decreto legge italiano di norme che aumentano le pene già previste per i reati di stalking e di maltrattamenti in famiglia e che prevedono l’irrevocabilità della querela (introdotta nel 2009 con l’inserimento dei reati concernenti la violenza sessuale) non è altro che un’attuazione di quanto previsto dalla Convenzione all’art. 18 § 1. In esso, si legge infatti che le Parti adottano, conformemente al loro diritto interno, le necessarie misure legislative o di altro tipo per proteggere tutte le vittime da nuovi atti di violenza. Il fatto poi che le persone possano denunciare, avendo la garanzia della riservatezza, violenze subite da terzi è una recezione dell’art. 27.

Costituiscono traduzioni nel diritto interno della Convenzione anche la previsione di un organismo di coordinamento tra società civile, apparato giudiziario e servizi statali di monitoraggio e di statistica su questo problema sociale. Rientrano nella fattispecie anche l’allontanamento predisposto dal giudice della persona violenta in presenza di un pericolo immediato, il gratuito patrocinio delle spese legali e il diritto della donna a non essere rimpatriata nel Paese d’origine, indipendentemente dal suo status.

Per quanto riguarda il ruolo dell’UE, nel 2000 è stato creato il “programma DAFNE” per decisione del Parlamento Europeo e del Consiglio, finalizzato a proteggere le donne e i bambini vittime di violenza. Una svolta vera e propria è stata però la Direttiva 2011/99/EU approvata da Parlamento e Consiglio, che ha introdotto l’EPO, ovvero l’Ordine di Protezione Europeo. Esso consente all’autorità giudiziaria di uno Stato membro, che abbia predisposto per un suo cittadino un ordine di protezione nei confronti di un terzo che attenta alla sua vita o alla sua integrità psicologica o fisica, di utilizzare questo strumento affinché la protezione garantita dal Paese originario (issuing State) sia tale anche in un altro Stato membro in cui il cittadino venga a trovarsi (executing State).

Un ultimo, ma significativo dettaglio riguarda l’art.75 della Convenzione di Istanbul. Firmata ed entrata in vigore, «la presente Convenzione è aperta alla firma degli Stati membri del Consiglio d’Europa, degli Stati non membri che hanno partecipato alla sua elaborazione e dell’Unione Europea» . L’Unione, dunque, «esprime liberamente il proprio consenso a essere vincolat[a] dalla Convenzione».

Se l’UE, nella persona di un rappresentante delle istituzioni, che sia Barroso, Van Rompuy, Schulz o Ashton, si ritenesse pronta ad accettare la Convenzione di Istanbul, si avrebbe una maggiore incisività nella creazione di una rete di prevenzione e protezione efficace per donne e minori vittime di violenza. Sarebbe finalmente l’occasione per dimostrare che l’Unione è qualcosa di più di un accordo tra Stati “masters of treaties”: un luogo definito da confini che non corrispondono a quelli fisici, ma a quelli tracciati dai valori e ideali che essa stessa ha scelto e posto nei Trattati.

In foto: una seduta del convegno Violence against Women: our concern, our response, organizzato a New York dal del Consiglio d’Europa e la rappresentanza permanente francese presso le Nazioni Unite il 4 marzo 2013.

L' Autore - Francesca Gennari

Emiliana, Europeista, Entusiasta. Appartengo alla specie libris famelica, amo viaggiare e nel tempo "libero" frequento il Collegio di merito Bernard Clesio, il secondo anno presso la facoltà di Giurisprudenza di Trento e il terzo presso Université Paris 13 nell'ambito del programma doppia laurea. Sogno una Costituzione per l'Europa e credo che fare parte della Redazione della Rivista Europae sia fondamentale per arrivare a questo traguardo.

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