giovedì , 16 agosto 2018
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Fisco: la Commissione contro le multinazionali

L’ottimizzazione fiscale è il sacro Graal delle grandi multinazionali, che mirano a fatturare nei Paesi dove la pressione fiscale è meno forte, per poi trasferire i guadagni realizzati. I paradisi fiscali in Europa sono diversi: Lussemburgo, Paesi Bassi, Irlanda e persino la City di Londra. Nell’UE la repressione delle violazioni tributarie è aggravata dal fatto che tutt’oggi non esista una politica fiscale comune.

Per evitare la paralisi, la Commissione uscente ha rivolto la propria attenzione verso politiche fiscali agevolative, che si concretizzino in aiuti di Stato volti a falsare la concorrenza. Così sono stati portati alla luce i casi di Apple-Irlanda, Google-Irlanda Fiat-Lussemburgo e Amazon-Lussemburgo. Il Commissario uscente per la Concorrenza, Joaquín Almunia, ha ufficializzato a fine settembre la decisione di procedere a un’indagine verso i colossi del mercato.

Ad Apple e Irlanda si addebita l’accusa di aver concluso nel 1991 un negoziato fiscale per determinare la base imponibile, cioè il valore di base sul quale applicare l’aliquota d’imposta. L’illiceità starebbe nel non aver tenuto in conto i reali valori di mercato e le transazioni comparabili, rendendo perciò l’operazione il frutto di un mercanteggiamento volto solo a eludere le norme a tutela della concorrenza. Tale accordo sarebbe poi stato addirittura aggiornato nel 2007. La Commissione ha motivato l’accusa evidenziando la sproporzione verificatasi tra le vendite della Apple Sales International (controllata Apple), aumentate del 415% tra 2009 e 2012, e i costi operativi (cresciuti tra il 10 e il 20%). Tale dato confermerebbe l’ipotesi di allocazione fittizia dei profitti in Irlanda, dove però non si sarebbero avuti costi sufficienti a giustificarli.

Simile il discorso per Fiat Finance and Trade (Fft), società che si occupa di finanziamenti e tesoreria per conto della Fiat. La Fft avrebbe concluso un accordo di tax ruling con il Lussemburgo per ottenere finanziamenti a costi ben inferiori a quelli di mercato, grazie a una pressione fiscale molto contenuta. Anche in questo caso la concorrenza verrebbe falsata da una ripartizione fittizia del reddito imponibile tra diverse filiali, collocate in aree a fiscalità assai ridotta.

Per Google il periodo d’imposta sotto la lente della Commissione giunge al 2007, per accordi riguardanti, ancora una volta, la svalutazione favorevole della base imponibile. Il discorso varia pochissimo se si osserva il caso Amazon: la filiale lussemburghese della compagnia sarebbe stata favorita da una legge del Granducato del 2003, con cui il colosso di internet avrebbe soddisfatto il proprio debito fiscale per il solo 1% dei suoi introiti nel mercato europeo. Simile scenario si è da poco aperto dando spazio anche a Starbucks e ai Paesi Bassi, anche se l’analisi del loro rapporto non è che a una fase embrionale.

Secondo la Apple le accuse rimangono infondate: la normativa fiscale alla quale è stata sottoposta negli anni sarebbe comune a ogni altra compagnia che operi in Irlanda e non il frutto di un negoziato ad hoc. La Fft si è invece trincerata dietro il silenzio e l’appello alla tutela della privacy da parte delle autorità del Lussembrugo, che per mesi non hanno risposto alle richieste informali da parte della Commissione. Per quanto riguarda Google, la reazione si è incanalata in binari non mediatici. Il Commissario uscente Almunia, infatti, ha denunciato in un’intervista al Wall Street Journal di aver subìto una “pressione politica senza precedenti”, ma di non ritenere accettabile il “considerare Google come un leviatano che cancellerà le nostre libertà, la nostra privacy e i nostri diritti”.

Margrethe Vestager, nuovo Commissario alla Concorrenza, interrogata dall’eurodeputato Zanni (M5S) durante la propria audizione al PE, ha sottolineato la necessità di un intervento strutturale che inglobi le singole indagini. La piaga della distorsione della concorrenza tuttavia non potrà essere curata ancora a lungo da terapie occasionali. Al contempo, una politica fiscale comune sembra al di là da venire, dato il voto unanime necessario per realizzarla. Un voto che difficilmente verrà concesso da quei Paesi che hanno concesso sgravi fiscali in cambio dell’insediamento di compagnie ad alto potenziale occupazionale. La sfida per la Vestager è dunque del tutto aperta e la posta in gioco molto alta: una tassazione più severa potrebbe spingere le grandi multinazionali ad abbandonare il mercato europeo, con conseguenze economiche molto temibili.

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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