mercoledì , 15 agosto 2018
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Il nucleare nell’UE: verso una regolamentazione più accurata

11 marzo 2011. Sono passati più due anni da quel giorno. Molti ricorderanno quella data: il disastro di Fukushima, lo tsunami di 15 metri, l’esplosione del reattore numero 4, un Paese sconvolto. L’opinione pubblica italiana, ma anche europea, reagì con grande paura. Ciò che era successo nell’efficiente e modernissimo Giappone avrebbe potuto ripetersi anche nel proprio Paese. Per questo i capi di Stato e di governo dell’UE avevano chiesto alla Commissione di procedere ad un aggiornamento delle norme vigenti in materia di energia nucleare.

Immediatamente la Commissione si mise al lavoro: furono organizzati gli Stress Tests, ovvero analisi approfondite delle condizioni in cui i diversi centri nucleari operano nei vari Paesi membri. In Europa sono presenti 132 reattori attivi, cioè circa un terzo di quelli presenti in tutto il mondo. Significa che le possibilità che si verifichi un disastro nucleare non sono da sottovalutare: cause naturali, errori umani, guasti tecnici. Le ragioni possono essere molteplici. Ciò che è accaduto al non poi così lontano Giappone ha aperto gli occhi ai governi: non si può più solo pensare al proprio territorio nazionale. Prendiamo ad esempio l’Italia, che con il referendum di due anni fa ha rifiutato il ricorso all’energia nucleare: a circa 200km dal confine nazionale si trovano però più di dieci centrali nucleari in attività. Nel malaugurato caso si verificasse un grave incidente in una di queste, ne risentiremmo come se fosse accaduto entro il nostro territorio nazionale. È quindi chiaro che cooperare per la sicurezza è interesse di ogni Stato: non solo permette di confrontarsi per cercare le migliori soluzioni, ma anche di “tranquillizzarsi” sapendo che il proprio vicino segue le stesse regole. Infatti, gli Stress Tests hanno evidenziato significative differenze fra i Paesi in tema di trasparenza e sistemi di sicurezza.

Nella nuova direttiva europea si distinguono appunto due temi: la sicurezza e l’informazione della popolazione. Per quanto riguarda il primo, sono previsti controlli obbligatori ogni 6 anni a tutti i reattori sul territorio dell’Unione, mentre le nuove centrali dovranno rispondere a criteri di affidabilità molto più severi. Inoltre, ogni sito dovrà disporre di un centro di emergenza da cui si gestirà ogni tipo di incidente, dotato di sistemi tali da riuscire (almeno nella teoria) ad annullare ogni conseguenza negativa al di fuori della centrale. Si pensi alle pericolose radiazioni che in Giappone stanno facendo registrare un aumento dei tumori nei bambini e negli adulti e gli effetti che ancora oggi radiazioni simili continuano ad avere nei territori vicini a Cernobyl, altro simbolo di incidente nucleare. Per il secondo tema, invece, la Commissione si è impegnata per far sì che i cittadini abbiano a disposizioni informazioni chiare e senza distorsioni: sarà compito dei governi nazionali e dei gestori degli impianti fornire un’immagine trasparente, e non solo in caso di disastro ambientale.

Si tratta sicuramente di un primo passo verso una regolamentazione più sicura, anche se rimangono alcuni punti da chiarire: per esempio, la Commissione non sta forse peccando di utopia quando pretende che, in caso di incidente, non debbano esserci conseguenze per la salute al di fuori dello stabilimento danneggiato? Con la tecnologia attuale è davvero possibile tener fede alla direttiva? Inoltre, un punto particolarmente dolente a cui la direttiva non sembra prestare attenzione è quello riguardante l’età delle centrali europee. La maggior parte sono in funzione da diversi decenni, il che significa una tecnologia superata, strumentazione spesso usurata e quindi maggiori rischi di malfunzionamento e incidenti.

La direttiva, con i suoi pregi ed i suoi difetti, dovrà comunque ancora passare al vaglio del Parlamento Europeo e potrebbe poi essere adottata dal Consiglio nel corso del prossimo anno. Intanto le associazioni ambientaliste, come Greenpeace, fanno sentire la propria voce considerando la nuova normativa come “non sufficiente” a rendere la produzione dell’energia nucleare priva di rischi. A distanza di due anni lo spettro di Fukushima aleggia ancora in Europa.

In foto: la centrale nucleare di Grafenrheinfeld, in Germania (Foto: Wikimedia Commons)

 

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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