mercoledì , 15 agosto 2018
18comix

Il sostegno pubblico al cinema: un esempio di aiuti di Stato?

Se pensiamo al mondo del cinema, viene subito in mente Hollywood. Ai più esotici magari Bollywood. Ma non tutti sanno che l’Europa produce molti più lungometraggi sia del celebre distretto di Los Angeles che del suo contraltare indiano. Nel 2012 l’industria cinematografica europea ha infatti realizzato 1299 lungometraggi contro i 1255 indiani e gli 817 statunitensi. Non solo, nei 28 Paesi dell’UE nello stesso anno sono stati staccati più di 933,3 milioni di biglietti del cinema, con i quali si foraggia anche il settore degli audiovisivi che impiega più di 4 milioni di lavoratori.

Questi risultati sono possibili anche e soprattutto grazie agli aiuti statali, la cui somma s’aggira intorno ai 3 miliardi di euro all’anno. Sovvenzioni che affluiscono attraverso gli oltre 600 regimi di aiuto a livello nazionale, regionale e locale: finanziamenti ancora più fondamentali in questi anni di crisi economica diffusa, che rende ancor più alti gli ostacoli per chi vuol cimentarsi nel campo degli audiovisivi. Intralci che vanno dalla difficoltà per le produzioni di disporre di risorse finanziarie sufficienti, all’alto rischio insito nei progetti avviati e alla percezione che il settore sia poco redditizio. Tutti elementi che fanno sì che, se abbandonati al mercato, molti film non sarebbero mai stati prodotti.

Tuttavia non si può non tenere presente che ci troviamo comunque di fronte ad aiuti di Stato veri e propri e che, come tali, sono disciplinati dall’articolo 107 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Tale disposizione vieta qualsiasi tipo di sostegno pubblico che, favorendo taluni soggetti, falsi o anche solo minacci di falsare la concorrenza. In poche parole, siccome le opere audiovisive sono oggetto di scambio a livello internazionale, sovvenzioni e incentivi fiscali incidono sugli scambi tra i 28 Paesi europei, distorcendo potenzialmente la concorrenza.

Urge dunque bilanciare le due esigenze – importanza dei sostegni alla cultura e concorrenza – definendo un’attenta disciplina. Esattamente quel che è stato fatto nel 2001 con la comunicazione sul cinema IP/01/1326 e con quella del 14 novembre scorso che interviene per rispondere a tutta una serie di esigenze emerse negli ultimi 12 anni. Quest’ultimo intervento della Commissione introduce infatti una serie di novità rilevanti, a cominciare dalla portata delle sovvenzioni: non possono infatti superare il 50% del bilancio previsto per la produzione, anche se per le coproduzioni finanziate da almeno 2 Stati membri la soglia è il 60%. Non si fa cenno a limitazioni sul versante degli aiuti alle sceneggiature, allo sviluppo di progetti cinematografici, alla promozione o alle opere audiovisive considerate difficili secondo criteri individuati da ciascuno Stato membro. Questa scelta è stata ispirata dalla volontà di promuovere la varietà culturale in Europa, poiché la diffusione delle opere in questione non può esser garantita senza un’adeguata distribuzione e promozione.

Per quel che concerne i criteri culturali, si ribadisce che la diversità linguistica è un principio cardine e che quindi la promozione di una lingua da parte di uno Stato membro può rappresentare un motivo inderogabile di interesse generale che giustifica (quale condizione di erogazione dell’aiuto) la realizzazione di un film in una determinata lingua, restringendo il sacro principio della libertà di prestazione di servizi. Sulla stessa linea d’onda è anche la riformulazione dei cosiddetti “obblighi territoriali”, per i quali gli Stati potevano esigere che l’importo fino all’80% dell’intero bilancio di un film fosse speso sul proprio territorio. Tali obblighi costituiscono una chiara restrizione del mercato interno per la produzione audiovisiva: si è notato come nei Paesi che li applicavano i costi di produzione siano risultati essere più alti. Tuttavia sono misure imponibili per lo scopo di promuovere la diversità culturale e tutelare il know-how locale, infatti le nuove norme non li escludono, ma ne impongono una disciplina più stringente e coerente.

Queste sono alcune delle novità che interverranno in un settore con ampi margini di crescita e che ancora oggi non è abbastanza sostenuto. La speranza è che questa comunicazione della Commissione contribuisca ad allargare i cordoni delle casse pubbliche per far affluire più risorse sulla cultura che come dimostrano gli ultimi dati di Eurobarometro, si trova in una condizione sempre più derelitta.

(Foto: Wikimedia Commons)

 

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

Check Also

Big Data: cosa prevede il regolamento del 2016

La principale fonte in materia di dati personali è costituita dal regolamento europeo 2016/679 del …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *