martedì , 21 agosto 2018
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Infrastrutture energetiche: la Commissione prova la svolta, ma le risorse latitano

Lunedì la Commissione Europea, nella persona di Gunther Oettinger, Commissario per l’energia, ha presentato i “Projects of Common Interest” (PCI): una lista di 248 progetti di infrastrutture energetiche che, una volta completati, permetteranno agli Stati membri di integrare i propri mercati energetici e diversificare le proprie fonti di energia. Per alcuni sarà l’opportunità di uscire dall’isolamento energetico.

Questa iniziativa si inscrive, infatti, nel solco di una politica energetica di più ampio respiro e di più lungo termine. È innegabile il fatto che il sistema energetico europeo sia in una fase di transizione e che le sfide da affrontare siano moltissime e di non facile risoluzione. Tra i vari problemi i più importanti sono certamente l’incompleta integrazione dei vari sistemi nazionali in un unico sistema europeo, le differenze strutturali, anche molto marcate, degli stessi, la scarsa diversificazione delle fonti energetiche e l’isolamento energetico totale di alcuni Stati membri.

Deve essere, inoltre, tenuta in considerazione la direzione presa dall’economia dell’energia in tutto il pianeta, ovvero di un progressivo spostamento verso le fonti di energia rinnovabili e la particolare situazione del nostro continente che per sua natura è destinato a dipendere sempre di più da queste fonti. Per questo sono necessarie infrastrutture moderne, per permettere, in un futuro non troppo remoto, la trasformazione dell’economia europea in un’economia a basse emissioni di CO2 ma allo stesso tempo competitiva sul piano globale.

Questi PCI, selezionati da dodici gruppi regionali creati dalle nuove guidelines per l’infrastruttura energetica trans-Europea (TEN-E), godranno di procedure amministrative più veloci, di una regolamentazione più snella e alcuni di essi potranno anche accedere ai fondi del Connecting Europe Facility (CEF) per cui sono stati stanziati 5,85 miliardi di euro per il settennato 2014-2020.

Per entrare nella lista, un progetto deve possedere diversi requisiti, tra cui il fatto di portare benefici significativi ad almeno due Stati membri, di contribuire all’integrazione del mercato, ridurre le emissioni di CO2 e migliorare la sicurezza di fornitura. Tra i vantaggi di cui godranno questi progetti c’è il limite vincolante per l’amministrazione di tre anni e mezzo per l’evasione della pratica e il rilascio dei permessi, l’accentramento della competenza relativa a questi progetti in capo ad un’unica autorità amministrativa responsabile per tutto il territorio nazionale. Verrà razionalizzata la procedura di valutazione ambientale in modo da comportare minori costi amministrativi mentre una particolare regolamentazione assegnerà i costi agli Stati che beneficeranno di più dalla realizzazione del progetto, così da aumentare l’attrattività di questi progetti agli occhi degli investitori.

Nella lista, che verrà aggiornata ogni due anni per aggiungere i progetti più recenti e per rimuovere quelli obsoleti, sono compresi 140 progetti nell’ambito della trasmissione e l’immagazzinamento di energia elettrica, circa 100 progetti riguardanti la trasmissione e l’immagazzinamento di gas naturale oltre ad alcuni relativi al petrolio per un totale di 248. Di questi progetti, 22 coinvolgono l’Italia, a dimostrazione dell’importanza della posizione geografica strategica del nostro Paese come ponte di collegamento sugli assi nord-sud ed est-ovest del continente.

Come per molte altre iniziative di questo tipo portate avanti dall’Unione Europea, anche per questa si può notare lo scarto presente tra l’analisi teorica, di altissimo livello, ambiziosa e lungimirante, e i mezzi effettivamente a disposizione per la realizzazione dei progetti. Perché, pur essendo vero che i costi devono essere condivisi anche con gli Stati membri e magari con investitori privati, non si può pensare di realizzare numerosi progetti di tale importanza, e così dispendiosi, con meno di 1 miliardo di euro all’anno per i prossimi 7 anni, sperando che sia sufficiente uno sveltimento delle procedure.

In conclusione, l’obiettivo finale della politica energetica intrapresa dalla Commissione (indipendenza, integrazione, sicurezza delle forniture) è un obiettivo che deve necessariamente essere raggiunto per pensare di restare competitivi a livello mondiale, la domanda che sorge spontanea è: perché, almeno in ambiti così ampi da poter essere affrontati solo a livello continentale, i poteri ed i mezzi delle istituzioni continentali sono così limitati?

In foto, il commissario Oettinger alla presentazione dei PCI (© European Union – EC 2013)

L' Autore - Giovanni Guido Rossi

Laureando in giurisprudenza presso l'Università degli studi di Torino e presso l'Université Paris V - René Descartes di Parigi. Da sempre appassionato di storia, geopolitica e relazioni internazionali. Profondamente europeista e liberale e entusiasta di scrivere per questa rivista.

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