giovedì , 16 agosto 2018
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previdenza sociale
Servizi sanitari britannici © Elliott Brown - www.flickr.com, 2012

La Corte decide sulla previdenza ai migranti UE

Il 6 Ottobre, l’Avvocato Generale della Corte di Giustizia dell’UE (CGUE) Pedro Cruz Villalòn ha pronunciato l’Opinione inerente alla causa C-308/2014, in materia di migranti provenienti da Paesi membri e sistemi previdenziali, concludendo che la Corte dovrebbe respingere le richieste della Commissione.

La vicenda è iniziata con i reclami da parte di vari cittadini UE residenti in Regno Unito: questi lamentavano che le loro richieste di sussidi per la presenza di minori in famiglia (Child Benefit e Child Tax Credit) erano state rigettate dalle autorità inglesi. Per avere diritto a tale sussidio, la legislazione britannica prevede tre condizioni (The claimant (a) is physically in the UK, (b) has his habitual residence in the United Kingdom and (c) has a right of residence in the UK), l’ultima delle quali non sarebbe stata rispettata da tali soggetti.

Le osservazioni delle parti sul diritto alla previdenza sociale per i migranti UE

La Commissione ha avviato un ricorso per inadempimento contro il Regno Unito davanti alla CGUE. Il Regolamento 883/2004, al centro della disputa, stabilisce principi armonizzatori in tema di social security, al fine di assicurare il rispetto dell’Art. 21 TFUE sulla libertà di circolazione e soggiorno: in particolare, l’esercizio della libertà di soggiorno non deve portare a discriminazioni basate sulla nazionalità. Sulla base del Regolamento, la Commissione ha sostenuto che la necessità di verifiche riguardanti il diritto di soggiorno è discriminatoria, e che si dovrebbe tenere in considerazione solo il criterio di residenza abituale.

La Gran Bretagna ha ribattuto che l’Articolo 7 della Direttiva 2004/38 (sul diritto dei cittadini dell’UE e delle loro famiglie di circolare e risiedere liberamente all’interno del territorio dell’UE) sottopone il riconoscimento della libertà di soggiorno ad alcune condizioni: questo permetterebbe allo Stato di verificare il loro adempimento prima di concedere benefici previdenziali. Dunque, sebbene ci sia una disparità di trattamento tra cittadini inglesi e di altri Paesi membri (essendo per i primi automatico ottenere tali benefici), essa non è da considerarsi ingiusta o discriminatoria.

L’Opinione dell’Avvocato Generale

L’AG ha osservato che tali sussidi, secondo il Regolamento, devono essere automaticamente garantiti a chiunque soddisfi le condizioni obiettive da esso elencate. Tuttavia, ha affermato che il requisito di regolarità della residenza non è collegato al test della residenza abituale richiesto dal Regolamento, bensì alla Direttiva. A questo proposito, il diritto di muoversi e risiedere liberamente nel territorio dell’Unione spettante ai cittadini UE non è da considerarsi assoluto, ma limitato al rispetto dei suoi requisiti. E tali condizioni si estendono anche alla materia coperta dal Regolamento. Dunque secondo l’AG, quest’ultimo obbligherebbe uno Stato a garantire sussidi solo ai cittadini UE residenti in tale stato regolarmente, ovvero nel rispetto delle condizioni della Direttiva.

L’AG non nega l’esistenza di una disparità di trattamento: tuttavia, dando ragione al Regno Unito, sostiene che questa differenziazione è necessaria per tutelare le finanze pubbliche, evitando il rischio che lo Stato eroghi sussidi a coloro che non sono intitolati a riceverli.

Infine, per quanto riguarda le modalità concrete di verifica dei requisiti, l’AG nota che tali controlli dovrebbero essere svolti solo in casi dubbi: si rischia altrimenti di creare una deleteria presunzione che i richiedenti siano irregolarmente presenti sul territorio dello Stato.

In attesa della sentenza della Corte

I giudici dovranno prestare attenzione nel valutare se allinearsi all’AG – come accade spesso, nonostante l’Opinione non sia vincolante. Infatti, le autorità inglesi tendono a rigettare automaticamente le richieste di coloro che risultano inattivi dal punto di vista lavorativo, con una sorta di presunzione di inesistenza di “sufficienti risorse economiche” (Art.7 Direttiva). Una sentenza in linea con questa Opinione potrebbe incentivare questo comportamento, per ora rimasto impunito.

In secondo luogo, dubbi potrebbero essere espressi riguardo l’uso della Direttiva da parte dell’AG: essa è stata interpretata in maniera “omnicomprensiva”, estendendo le sue condizioni al Regolamento, uno strumento normativo indipendente da essa. Così facendo, si è trascurato lo scopo di quest’ultimo, che sembra volontariamente più ampio di quello della Direttiva. Tale situazione è aggravata dal risultato discriminatorio di tale interpretazione.

Di fronte a questo apparente “passo indietro” in materia di previdenza ed immigrazione, indubbiamente a favore della posizione dei Tory e dell’esecutivo Cameron, si attende l’imminente decisione della Corte.

L' Autore - Sofia Roveta

Laureanda in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Torino. Appassionata di Diritto dell'UE e Diritto Internazionale, un interesse coltivato anche tramite la partecipazione ad alcuni progetti di respiro internazionale quali una Moot Court in arbitrato commerciale internazionale ed un progetto di assistenza ai richiedenti asilo promosso dallo IUC di Torino. Interessata alla dimensione transnazionale ed alla comparazione di modelli giuridici, ho avuto ed ho la fortuna di svolgere periodi di studio all'estero fra Parigi e Londra. Appassionata di scrittura, e già redattrice di alcuni blog e testate, sono felice di collaborare con Europae

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