giovedì , 22 febbraio 2018
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La verità è che non gli piace abbastanza: governo, Commissione e mercato

La Commissione Europea ha bocciato la Legge di Stabilità proposta dal governo Letta: in sostanza la Commissione non ha ritenuto l’Italia abbastanza virtuosa da poter ricominciare a spendere, seppur poco. Il Ministero delle Finanze ha minimizzato, sostenendo che questa eventualità fosse già stata messa in conto dal governo.

Il rapporto tra la Commissione e l’esecutivo italiano non ha però mai brillato. I media italiani si ostinano a presentare ogni decisione della Commissione come una strigliata. La metafora scolastica è una delle preferite da stampa e tv, quando si parla di UE: i compiti a casa, la manovra rimandata, la proposta bocciata. Metafora che descrive un problema reale nel rapporto tra la classe politica italiana e l’Europa: problema non risolto neppure con Monti, figuriamoci con Letta.

Una relazione oggettivamente difficile: quasi tutte le ultime comunicazioni e suggerimenti della Commissione andavano in direzione opposta rispetto alle decisioni che il governo Letta ha poi effettivamente preso. Conseguenza anzitutto della differenza politica che esiste tra Roma e Bruxelles. Basti pensare che, dei due principali partiti italiani, il riformista PD non è ancora parte della famiglia socialista europea (il PSE) mentre il conservatore PDL, pur essendo membro del Partito Popolare Europeo, non è proprio ben visto: da ricordare, al riguardo, le risate che Merkel e Sarkozy riservarono al loro collega Berlusconi, malgrado tutti e tre appartenessero al PPE.

Questo nonostante il governo Letta sia stato presentato come un interlocutore credibile a capo di una maggioranza ampia, che dovrebbe essere compresa e apprezzata quantomeno dai tedeschi. Il problema è che Letta e molti dei suoi Ministri, provengono in realtà da una storia politica comune: le ali più moderate del movimento giovanile della DC. Chi non viene da lì ha un passato da socialista o popolare. Ora, nei mesi scorsi, molti commentatori hanno sottolineato che, nella nascita del governo e nei suoi primi atti, lo stile politico sembrava quello DC tanto che, quando a ottobre Berlusconi ha minacciato un voto di sfiducia, le modalità con cui la crisi si è risolta sono state definite “democristiane”. Si è dunque finito per intendere il tratto democristiano come sinonimo di sottigliezza politica. Invece DC e PSI rappresentavano anche, e soprattutto, una specifica idea di politica economica.

Un’idea fondata sulla considerazione che il Partito Comunista non doveva prendere il potere in nessun caso: compito delle altre formazioni politiche era dunque proteggere a ogni costo il sistema produttivo, anche attraverso un rilevante intervento nell’economia. Non importava se le imprese italiane erano più o meno competitive, più o meno dinamiche, se le concessioni in termini di welfare erano sostenibili nel lungo periodo: essenziale era controllare il malcontento sociale per evitare il successo elettorale dei PCI. Il risultato è stato l’uso della politica monetaria e della svalutazione come unico strumento per ravvivare la competitività del Paese. Con il pessimo risultato di non sapere più cosa fare una volta ceduto quest’unico strumento alla BCE.

L’attuale classe politica delle larghe intese nasce da qui e si è trovata catapultata in un sistema, quello europeo, guidato da un criterio opposto: il libero mercato. Secondo il Trattato sull’UE, obiettivo dell’integrazione è la realizzazione di un’economia sociale di mercato. L’aggettivo sociale è stato aggiunto su pressione francese, a simboleggiare l’importanza del welfare state per tutti i Paesi europei. Ma la logica resta quella del libero mercato: più merci e servizi circolano, meno lo Stato interviene, meglio staranno i cittadini europei.

Certo, il mercato in Europa è soggetto a regole, limiti, burocrazie. Ma la Commissione, quando offre il proprio parere sulle manovre di stabilità dei 28, ha ben presente questo obiettivo. Questa Commissione in particolare: paradossalmente il governo italiano potrebbe trarre più vantaggi da una Commissione a guida socialdemocratica disposta a allentare i cordoni della borsa. Si trova invece agli antipodi rispetto alla politica italiana, dove l’idea dell’intervento pubblico è trasversale: si spiega così il salvataggio di Alitalia nel 2008 con il plauso dell’allora Segretario CGIL Epifani e l’intervento di Poste Italiane sempre in Alitalia dello scorso ottobre, sostenuto dal Ministro PDL Lupi. Epifani e Lupi condividono più cose di quante ne potranno mai condividere l’intero governo Letta e la Commissione Europea.

In foto il Ministro delle Finanze Fabrizio Saccomanni e il Commissario europeo Johannes Hahn (Foto: European Commission)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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