martedì , 14 agosto 2018
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Lavoratori bulgari e romeni: non immigrati, semplicemente cittadini europei

La libera circolazione dei lavoratori è una delle quattro libertà (assieme alla libera circolazione di merci, capitali e servizi) alla base del funzionamento del mercato unico dell’Unione Europea, ma in alcuni casi può subire delle restrizioni. È il caso dei lavoratori provenienti da Romania e Bulgaria i quali, nonostante l’ingresso dei loro Paesi nell’UE, hanno visto innalzare da parte di alcuni Stati delle limitazioni al loro ingresso nel mercato del lavoro comune.

È infatti un diritto degli Stati membri, secondo l’articolo 45 del TFUE ed il Regolamento n. 492/2011 relativo alla libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione, poter applicare restrizioni per un periodo transitorio massimo di 7 anni. Al 31 dicembre 2013, nove Paesi prevedevano ancora delle restrizioni (Austria, Germania, Belgio, Francia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Regno Unito e Spagna – quest’ultima solo nei confronti dei lavoratori romeni), mentre l’Italia aveva deciso di abbandonare il regime transitorio già dall’inizio del 2012, seguendo l’invito del Parlamento Europeo ad aprire il mercato del lavoro prima della scadenza del 2013.

La fine delle restrizioni si applica solo al diritto di lavorare (in pratica i lavoratori rumeni e bulgari dovevano essere in possesso di un permesso di lavoro), e riguardano quindi solamente i lavoratori, non il più generale diritto dei cittadini europei a circolare liberamente nell’UE (che potrà essere sancito solo da un ingresso di Bulgaria e Romania nell’“area Schengen”). Limitazioni che erano differenti da Paese a Paese: il Lussemburgo ad esempio aveva una corsia preferenziale per coloro che volessero lavorare nella viticoltura, negli hotel o in alcuni settori finanziari.

Essendo Bulgaria e Romania entrate nell’UE il 1 gennaio 2007, il periodo transitorio è giunto al temine il 1 gennaio 2014 e la libera circolazione dei lavoratori è diventato un diritto anche per i loro abitanti. Il divieto resta invece ancora in vigore per la Croazia, entrata solo nel luglio di quest’anno, con restrizioni da parte di tredici Stati Membri: Austria, Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Spagna, Slovenia e Regno Unito. Restrizioni che la Croazia ha deciso di rendere reciproche, come è suo specifico diritto.

Se si guarda alle statistiche, nel 2011 si stimava che circa il 4,7% della popolazione bulgara e romena si era trasferita nell’UE a 15, comportando negli Stati membri un aumento della popolazione dello 0,3%. Al contrario dei lavoratori degli Stati parte del grande allargamento del 2004, che preferivano recarsi nell’Europa centro-occidentale, la forza lavoro di Romania e Bulgaria si è rivolta soprattutto all’Europa meridionale. Le mete preferite dai lavoratori bulgari sono state, oltre alla Germania, Spagna e Grecia, mentre quelle prescelte dai romeni Spagna ed Italia. Il profilo dei lavoratori migranti è simile: si tratta per lo più di giovani al di sotto dei 35 anni, poco o mediamente qualificati, che vanno a svolgere occupazioni elementari (come nell’edilizia e nei servizi di pulizia), spesso accontentandosi anche di lavori al di sotto delle loro qualifiche.

Nonostante la fine di queste restrizioni sia da alcune parti vista con terrore – ancora maggiore di quello per la temuta “invasione degli idraulici polacchi” – i dati che la Commissione offre sono di tutt’altro tono e dimostrano che l’apertura dei mercati del lavoro ha effetti positivi: non si è verificato un drammatico crollo né del PIL né dei salari medi dei Paesi riceventi. I rappresentanti di Bulgaria e Romania, quindi, hanno risposto a chi polemizza contro la fine delle restrizioni sostenendo che non vi sarà nessun esodo di romeni e bulgari e che è giunto il momento anche per loro di godere appieno dell’integrazione europea e del mercato unico, passando dall’essere immigrati all’essere cittadini europei a pieno titolo.

In più va ricordato che le restrizioni alla mobilità dei lavoratori non rendono gli Stati Membri che le adottano totalmente inviolabili ed anzi spesso stimolano il lavoro nero: entrando nel Paese come studente o turista, non è poi così difficile trovare un lavoro, oppure è possibile aggirare le restrizioni definendosi lavoratore autonomo (il 46% dei migranti bulgari e romeni nel Regno Unito si dichiara free-lance). Se quindi la chiusura dei confini ai lavoratori sicuramente si presta efficacemente a slanci di propaganda populista, non è altrettanto utile per una reale tutela del mercato del lavoro cosiddetto autoctono. 

Nell’immagine un punto di controllo all’aeroporto di Heathrow, Londra (© dannyman, www.flickr.com, tramite Wikimedia Commons).

L' Autore - Valentina Ferrara

Vice-direttore - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche con una tesi in Storia dell'Integrazione Europea dal titolo "Unione Europea e discriminazioni". Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, per il mondo della comunicazione e per l'Unione Europea, per questo non ho avuto alcun dubbio a partecipare alla creazione di Europae, la fonte d'informazione che sono sempre andata cercando.

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