martedì , 14 agosto 2018
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Libera circolazione per lavoratori rumeni e bulgari: contribuenti netti o “scrocconi”?

Si potrebbe anche dire che l’ingresso di bulgari e rumeni nel mercato del lavoro europeo senza più restrizioni sia stato accolto da fuochi d’artificio, ma non di quelli colorati e celebrativi dedicati all’ingresso della Lettonia nell’euro. Tutt’altro. L’apertura del mercato del lavoro anche ai penultimi arrivati nell’Unione Europea ha innescato non solo nel dibattito mediatico ma anche, cosa ancora più significativa, nel dibattito politico, una serie di allarmismi e polemiche, arrivate a mettere in dubbio la validità di uno dei diritti fondamentali dell’UE, la libertà di circolazione dei lavoratori.

Inutile dire che alla vigilia delle elezioni europee non poteva comparire argomento più adatto per rinvigorire ulteriormente i movimenti anti-europeisti. La situazione contingente infatti, purtroppo, inficia la possibilità di avviare un dibattito sereno, che vada in un senso o nell’altro, ma che comunque consenta una valutazione chiara degli effetti delle migrazioni all’interno dell’UE e delle misure da adottare. Se prima erano le elezioni tedesche a tenere a freno l’agenda europea in materia, ora sono le elezioni europee a bloccare una macchina che funziona già a fatica. Ciò che è emerso dal dibattito infatti è soltanto un’enorme confusione.

Innanzitutto è emerso un assunto e cioè che l’UE era ed è impreparata ad affrontare il concetto di solidarietà, e più in generale dell’allargamento. Il ritardo con cui si è arrivato a parlare della questione dell’apertura del mercato del lavoro a bulgari e rumeni, sia a livello nazionale che a livello europeo, è a dir poco scandaloso. In secondo luogo, come già osservato, gli attriti provocati dall’imminente appuntamento elettorale non permettono a coloro che avrebbero la possibilità di farlo di creare un fronte comune contro chi mette in discussione il principio di libera circolazione. Facile dedurre, quindi, che comunque andranno le cose, saranno i partiti populisti ad uscirne vincitori.

Era più che mai doverosa, comunque, una riflessione sul tema in sede di seduta plenaria del Parlamento Europeo, per placare le polemiche o quanto meno fare un punto della situazione. Il dibattito, che ha visto anche gli interventi di Kourkoulas, vice-premier greco in rappresentanza del Consiglio, e della Commissione europea con i discorsi di Reding ed Andor, ha ruotato principalmente attorno a due questioni: gli effetti della migrazione e le conseguenze sui sistemi di welfare nazionali.

La Commissione ha avuto l’occasione di ripresentare i suoi dati in merito agli effetti, sul mercato del lavoro e sull’economia degli Stati membri, dell’allargamento del 2004. Dati estremamente positivi. Dallo studio emerge infatti che i cittadini europei circolano in primo luogo per lavoro e non per andare a beneficiare di prestazioni sociali più vantaggiose, sono persone molto meno disoccupate rispetto ai residenti e contribuiscono in maniera positiva all’economia del Paese ospitante.

La Commissaria Reding ha utilizzato una terminologia molto interessante in tal senso, definendo i migranti “contribuenti netti”, un termine che sicuramente non è passato inosservato tra coloro che si sono battuti per una riduzione del budget UE. E proprio ai fautori di una contrazione del bilancio europeo si è rivolta la deputata della sinistra unitaria, Cornelia Ernst, sostenendo che se ora l’UE ha meno mezzi, ad esempio meno fondi per la coesione, per affrontare situazioni di disagio, la colpa è anche loro.

Non tutti però vedono questi benefici nelle migrazioni. Altri infatti tendono piuttosto a sottolineare come il lavoratore emigrato diventi un peso ulteriore e non sopportabile in un momento di crisi economica generale per lo Stato ospitante. Emerge un’altra figura dell’emigrante in questo caso, quella del turista sociale, insomma dello “scroccone”. Nessuno in Parlamento ha negato l’esistenza di abusi e la necessità di correggerli, tuttavia le soluzioni preposte sono molto divergenti e vanno dall’integrazione delle politiche sociali proposta da Marinescu del PPE alla chiusura delle frontiere proposta da Le Pen.

Si è sentito dire spesso negli interventi che questo era un dibattito che non avrebbe dovuto nemmeno aver luogo, poiché si tratta di una discussione su un diritto fondamentale dell’UE, nonché chiave del suo successo. Il dibattito però è avvenuto, il diritto è posto in discussione e ciò non può che far riflettere su quanto l’UE sia giunta ad un punto critico: agli elettori l’ardua sentenza. 

Nell’immagine, Marine Le Pen, una delle voci che più spingono per la chiusura delle frontiere anche ai lavoratori provenienti dai nuovi Paesi UE (© Rémi Noyon, www.flickr.com).

L' Autore - Valentina Ferrara

Vice-direttore - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche con una tesi in Storia dell'Integrazione Europea dal titolo "Unione Europea e discriminazioni". Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, per il mondo della comunicazione e per l'Unione Europea, per questo non ho avuto alcun dubbio a partecipare alla creazione di Europae, la fonte d'informazione che sono sempre andata cercando.

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