domenica , 19 agosto 2018
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L’UE reagisce allo schiaffo del referendum in Svizzera

Il referendum elvetico dello scorso 9 febbraio non poteva che avere pesanti ripercussioni sulle relazioni tra UE e Svizzera. La decisione popolare di porre delle quote alla presenza di immigrati stranieri nel territorio della Confederazione danneggia infatti la libertà di circolazione delle persone, uno dei pilastri portanti del mercato interno europeo. Lo sottolinea il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, nel corso di una conferenza stampa a Bruxelles. Barroso, ricorda al vicino d’oltralpe che, seppur nel rispetto della pronuncia del popolo, il principio della libera circolazione delle persone non può essere negoziato. Pacta sunt servanda.

Le relazioni tra UE e Svizzera si snodano in più di 100 diversi accordi che garantiscono al Paese una posizione d’eccezione imperniata su un accesso illimitato al mercato interno europeo. Ne risulta un partenariato economico di rilievo, positivamente sbilanciato a favore della Svizzera che importa dall’UE il 78% delle merci e che ve ne esporta ben il 57%. Circa 430.000 i cittadini svizzeri residenti in Europa e un milione i cittadini europei nella Confederazione, più i circa 230.000 frontalieri che ogni giorno lavorano in Svizzera.

Il referendum mette ora però in serio pericolo i cardini stessi dello spazio Schengen e del sistema di Dublino in materia di asilo. La prima conseguenza concreta si è avuta con la mancata conclusione del protocollo all’accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone, che avrebbe esteso le disposizioni in materia alla neo entrata Croazia. Il Consiglio Federale ha infatti informato Zagabria circa l’impossibilità di firmare il protocollo nella sua forma attuale. La sua mancata conclusione, considerata una linea rossa da parte dell’UE, ha acceso il semaforo verde per il blocco dei negoziati in corso con la Svizzera.

Immediato il rinvio dei negoziati sull’energia elettrica, iniziati nel 2007 con l’obiettivo di integrare Berna nel mercato europeo dell’energia. Ma ancora più incisive le ripercussioni sulla partecipazione elvetica a programmi finanziati dalla Commissione Europea come Horizon 2020 e Erasmus +, la cui realizzazione è intrinsecamente legata alla libera circolazione delle persone. A pagarne il prezzo maggiore potrebbe essere, ad esempio, il CERN di Ginevra, centro di massima eccellenza mondiale nella fisica.

A conti fatti la decisione referendaria, per quanto espressione di democrazia diretta, sembra più una zappa sul piede che una salvaguardia della stabilità interna. Gli stessi analisti di Moody’s hanno dichiarato che la decisione potrebbe avere “effetti negativi sul potenziale di crescita del Paese, sulla sua ricchezza e sulla sua forza economica complessiva”. L’immigrato medio in Svizzera è un professionista altamente qualificato, che porta la sua expertise nel Paese e contribuisce a crearne la ricchezza. Insomma una vera e propria risorsa che potrebbe far rimpiangere la decisione appena presa. Considerando che il tasso di disoccupazione nella Confederazione si attesta da sempre su livelli bassissimi, ad oggi al 2.9%, non sembra che la paura dello straniero che ruba posti di lavoro possa spiegare il risultato del referendum. Sbagliato comunque minimizzare le cause interne di tale risultato. Nonostante la decisione sia passata con un risicato 50.3% dei voti, l’affluenza alle urne è stata infatti del 56%, elevata rispetto ai precedenti e frequenti referendum indetti a Berna.

Se le ragioni del voto appaiono ancora complesse da spiegare, ben più evidenti sono stati gli effetti pressochè immediati sulle voci più estremiste e xenofobe d’Europa, per le quali il referendum elvetico assurge ad esempio. Numerosi i tabloid europei che citano, in questi giorni, improbabili sondaggi per cui tedeschi, inglesi e francesi, se chiamati alle urne, voterebbero a larga maggioranza a favore di un quesito referendario come quello proposto a Berna. Fonti di certo non attendibili, ma che danno il polso di quanto sta accadendo in Europa in questi mesi di campagna elettorale e del tentativo di impennata da parte degli euro-scettici.

È atteso quindi per fine anno il primo step legislativo in seguito al referendum che potrebbe correggere gli effetti negativi del voto prevedendo delle quote superiori o almeno uguali agli attuali livelli di immigrazione nel Paese. Mossa improbabile, ma praticabile, almeno sulla carta. Spetta infatti alla Svizzera, ammonisce Barroso, proporre ora una soluzione accettabile per i 28.

In foto il confine fra Italia e Svizzera (Foto: Wikimedia Commons) 

L' Autore - Sara Bottin

Laureanda in "Politica Internazionale e Diplomazia" all'Università degli Studi di Padova. Stagista MAE-CRUI alla Rappresentanza Permanente d'Italia presso l'Unione Europea a Bruxelles, presso la quale mi sono occupata delle relazioni con i paesi del Mediterraneo e Medio Oriente. Da qui è sorto il particolare interesse per la politica estera dell'Unione Europea e le sue relazioni con i paesi dell'area mediterranea.

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2 comments

  1. Echissenefrega dell’UE, di Barroso e compagnia brutta!
    Per dirla in rima: sono alla frutta.
    Fossero sicuri di sè, sarebbero tranquilli; ma se minacciano, sbraitano o disdicono accordi, pure tutti, che in fin dei conti nel caso si arrivi ai ferri corti non è che metterebbero la Svizzera in ginocchio, vuol dire che sono proprio con l’acqua alla gola.
    Facciano quello che vogliono. La Svizzera è da 723 anni che esiste e tra 723 anni ci sarà ancora; l’UE se va avanti così, tra pochi anni, sarà solo un brutto ricordo e un’esperienza da non ripetere. Per gli svizzeri e per tutti gli europei d’Europa, tra i quali, se qualcuno se ne fosse malauguratamente scordato, fanno parte anche gli svizzeri.

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