domenica , 25 febbraio 2018
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Photo © European Parliament, 2014, www.flickr.com

LuxLeaks: Juncker e le ombre sul sistema Lussemburgo

Nel domandarsi quale posizione avrebbe assunto la neo-insediata Commissione, in merito ai casi di evasione fiscale di alcuni colossi del mercato, ci si era attestati sulle promettenti parole del nuovo Commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager. In una manciata di giorni, tuttavia, l’attenzione si è spostata in modo fulmineo sul nuovo Presidente, Jean Claude Juncker.

L’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) ha infatti rivelato all’opinione pubblica quale idilliaco rapporto intercorra tra Pepsi, IKEA, FedEx, 340 altre multinazionali e il Granducato di Lussemburgo. Un Paese, efficacemente descritto come “magical fairyland” per i giganti del mercato globale, verso il quale sarebbero stati dirottati centinaia di miliardi di dollari al fine di evaderne diversi altri. A testimoniarlo sono le quasi 28.000 pagine di documenti al vaglio di un team di oltre 80 giornalisti dell’ICIJ, provenienti da 26 differenti Stati. Si tratta di casi di evasione di differente entità, che arrivano a sfiorare il ridicolo se si pensa che a queste società si sono viste applicare aliquote effettive inferiori all’1% degli utili invitati nel Granducato.

Al centro dello scandalo Lux Leaks sono le cosiddette “comfort letters”, strumenti impiegati dalle aziende per raggiungere accordi con le autorità fiscali del Lussemburgo e che costituiscono le risposte mancate alle interrogazioni, inizialmente amichevoli, dell’uscente Commissione. Risposte mancate, ma non solo. Le autorità del Granducato in più occasioni si sono appellate al diritto alla privacy delle compagnie con filiali e sedi principali sul proprio territorio, eludendo compiutamente l’obbligo di leale cooperazione con Bruxelles. Nei documenti raccolti dall’ICIJ risultano 548 accordi di questa natura.

Un esempio su tutti? La FedEx Corp., con sede a Memphis, ha istituito due filiali in Lussemburgo per far circolare più efficacemente i guadagni conseguiti direttamente in Francia, Messico, Brasile e quelli ottenuti grazie ad alcuni affiliati a Hong Kong. Al Granducato sarebbero dunque approdati fior fiore di dividendi esentasse e il reddito diverso dai dividendi sarebbe stato tassato per il solo 0.25%. In altre parole, il 99,75% dei proventi (diversi dal reddito di capitale) sarebbe rimasto privo d’imposta.

Il New York Times ha prontamente ricordato l’operato dell’ex primo ministro del Lussemburgo (per quasi due decenni), ora presidente della Commissione, nel trasformare un Paese votato all’agricoltura e alla produzione dell’acciaio in uno Stato a bassissima pressione fiscale per il settore bancario e quello assicurativo. La Süddeutsche Zeitung ha poi denunciato come anche la Deutsche Bank abbia trasferito ingenti capitali nel Granducato, grazie a complesse operazioni immobiliari sempre esentasse. In modo analogo avrebbero agito il gruppo energetico E.ON e quello sanitario Frenesius Medical Care.

Dall’occhio del ciclone sono arrivate tre risposte. La prima da parte del primo ministro lussemburghese Xavier Bettel, secondo cui tutte le operazioni di insediamento da parte delle multinazionali coinvolte nello scandalo sono state perfettamente legali. La seconda, invece, da parte del presidente Juncker, che si è dichiarato intenzionato a non ostacolare le indagini, che competono squisitamente al settore della Concorrenza, vale a dire al neo-commissario Vestager. L’ultima proviene da Nicolas Mackel, CEO di Luxembourg for Finance (agenzia governativa per lo sviluppo del settore finanziario), secondo cui non sarebbe stato posto in essere nessun “sweetheart deal”. In altre parole: “il sistema lussemburghese di tassazione è competitivo e non c’è nulla di ingiusto o immorale a riguardo”. Richard D. Pomp, professore di diritto tributario presso l’Università del Connecticut, ha ben decritto la situazione: “È come offrire il proprio piano di imposta al governo e vederlo benedetto prima del tempo opportuno […] e la maggior parte [dei piani] è benedetta”.

Il clima politico rimane rovente e al Parlamento europeo (PE) i gruppi ALDE e PSE hanno già chiesto chiarimenti sul punto. L’ALDE, nello specifico, ha richiesto un’audizione del neo-presidente della Commissione. Nell’incertezza, Juncker nel corso della scorsa giornata ha rinviato alcuni impegni pubblici a Bruxelles, alimentando le voci. Ci si attende un chiarimento in prima persona da parte dell’ex primo ministro del Granducato, necessario a dissipare le nebbie che sono calate attorno al ruolo di capo dell’esecutivo europeo.

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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