giovedì , 16 agosto 2018
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Negazionismo: sistemi legali a confronto

Il 12 febbraio scorso si è svolta a Torino una tavola rotonda dal titolo “Antisemitismo: memoria e prospettive future”. Gli organizzatori dell’evento, ELSA (the European Law Students’ Association) Torino e UGEI (Unione Giovani Ebrei d’Italia), hanno coinvolto nel dibattito figure di spicco come l’On. Avv. Anna Rossomando e l’Avv. Stéphane Lilti. L’On. Rossomando ha illustrato le origini e i potenziali sviluppi del disegno di legge 3511(ddl 3511) che introdurrebbe il reato di negazionismo nell’ordinamento italiano, alla luce della Decisione Quadro 2008/913/GAI. Tale Decisione mira ad armonizzare le normative degli Stati membri dell’UE in tema di apologia, negazione o minimizzazione grossolana dei crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

Tuttavia l’introduzione della fattispecie di negazionismo, in ordinamenti nei quali vige il diritto fondamentale di espressione, comporta inevitabilmente un bilanciamento arduo sia in termini politici che giuridici. Una simile difficoltà si riscontra invero per qualunque reato d’opinione, nonostante il biasimo in cui incorrono determinate apologie, istigazioni o negazioni. Il reato descritto dal ddl 3511 consisterebbe specificatamente nella negazione del fatto storico dell’Olocausto. I più accaniti detrattori del ddl, pur ritenendo deplorevole questo comportamento, vi vedono un’ indebita interferenza del diritto nella storia e una conseguente trasformazione del giudice di tribunale in giudice della storia.

Alcuni Paesi europei (Austria, Francia, Germania, Belgio, Portogallo e Spagna) hanno superato simili critiche configurando il negazionismo come reato di pericolo concreto, richiedendo cioè che l’azione di istigazione o apologia sia in concreto idonea a porre in pericolo i soggetti contro i quali si rivolge. Nel diritto europeo una simile operazione non è necessaria, in quanto il diritto di espressione è facilmente comprimibile se concorrente con altri diritti ritenuti prevalenti. In Italia, se l’attuale legge Mancino fosse modificata dal ddl 3511, il negazionismo diverrebbe invece semplice reato d’opinione.

L’avvocato Lilti nel suo intervento ha approfondito il caso dell’Affaire Twitter, nel quale è stato il difensore dell’ UEJF (Union des Etudiants Juif de France). Tale controversia ha portato alla storica condanna di Twitter alla rivelazione dei nominativi degli utenti autori di barzellette antisemite accompagnate dalla riproduzione di fotografie di campi di concentramento e deportati. Il diritto francese prevede diversi limiti alla libertà di espressione, sanzionando l’autore di espressioni, provocazioni di odio e diffamazioni di stampo razzista o, più specificamente, negazionista. Nonostante la sistematicità e l’efficacia di tale legislazione, l’Affaire Twitter ha rivelato il problema dell’impunità di società con sede legale al di fuori dei confini nazionali.

Lilti si è avvalso della legge di attuazione della direttiva europea riguardante la responsabilità penale dei providers per i contenuti materiali dei loro siti. Il provider è infatti costretto a collaborare con la giustizia concedendo i nominativi degli utenti, qualora essi integrino delle fattispecie di reato. La soluzione tuttavia non è giunta dalla normativa europea, non applicabile a una compagnia stabilita al di fuori dell’Unione, bensì dal codice di procedura civile francese. In esso si prevede che il giudice nazionale possa ingiungere a chiunque di produrre gli elementi di prova necessari alla risoluzione di una controversia.

Alla luce del contributo di Lilti, l’onorevole Rossomando ha rilevato come la distanza legislativa tra il nostro Paese e la Francia si potrebbe accorciare con l’accorto utilizzo del criterio di determinatezza. La legge anti-razzismo francese si riferisce infatti agli specifici fatti accertati dal Tribunale di Norimberga, senza lasciare adito a dubbi sulla definizione di negazionismo. Al contempo però una simile definizione presta nuovamente il fianco alla critica di fare dei giudici di tribunale dei giudici della storia. Portando alle estreme conseguenze questa obiezione, taluni temono che configurare il negazionismo come reato condurrebbe alla creazione di una “storia di Stato” e quindi a uno Stato ideologicamente totalitario.

E’ evidente che una simile ipotesi è tanto più remota quanto meglio il legislatore italiano sarà in grado di utilizzare i criteri di determinatezza e di proporzionalità. All’esito della tavola rotonda, per quanto concerne l’Italia non resta che attendere gli sviluppi normativi che il ddl depositato in Senato potrà avere nella prossima Legislatura.

A livello europeo, invece, si attenderà il risultato dell’esecuzione della sentenza dell’Affaire Twitter (la cui estrema conseguenza sarebbe perseguire il suo presidente in Francia), che potrebbe essere epocale non solo nell’ambito della lotta al razzismo, ma anche in quello della protezione dei dati gestiti dai social networks.

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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