venerdì , 17 agosto 2018
18comix
trasfusioni
© Cédric Puisney Flickr

Omosessuali e trasfusioni, la Corte Ue fa discutere

1937, la trasfusione di sangue conosce la sua prima regolamentazione organica in Italia, con delega al coordinamento delle operazioni alla Croce Rossa Italiana (CRI) e all’Associazione Volontari Italiani del Sangue (AVIS). Nel 1955 l’efficacia terapeutica della trasfusione è acclarata e nasce la Federazione internazionale delle organizzazioni di donatori di sangue (IFBDO), i cui obiettivi primari sono da un lato l’autosufficienza degli Stati membri in fatto di riserve di sangue da donatori non retribuiti, dall’altro l’armonizzazione delle norme di sicurezza del settore. Il suo primo presidente fu un francese, Roger Guénin. In seguito, di 15 presidenti, ben 4 sono stati i francesi, attestandosi così primi tra i 72 Paesi della Federazione.

Il decreto del 2009 e il ricorso alla Corte

Cinquant’anni dopo la Francia detiene un nuovo, triste primato, conquistato con il supporto della Corte di Giustizia dell’UE (CGUE). Per comprendere come ciò sia stato possibile occorre muovere alcuni passi indietro. Nel 2009 il Ministero della Salute e dello Sport ha adottato un decreto per regolare i requisiti dei donatori di sangue sul suolo francese. Tra le opzioni di esclusione appare il criterio per cui un uomo abbia avuto rapporti sessuali con soggetti dello stesso sesso. Perciò, nell’aprile dello stesso anno l’Établissement français du sang (EFS) ha respinto Geoffrey Léger come donatore per aver dichiarato, nella consueta intervista antecedente il prelievo, di essere omosessuale. I legali del soggetto hanno prontamente impugnato tale decisione, appellandosi alla direttiva europea 2004/33 e denunciando una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) in riferimento al principio di uguaglianza.

Il Tribunal administratif di Strasburgo ha dunque operato un rinvio alla CGUE, al fine di comprendere se un rapporto sessuale con individui di sesso maschile potesse qualificare o meno il donatore quale persona il cui comportamento sessuale comporti un alto rischio di contrarre malattie infettive che possano essere trasmesse attraverso il sangue. Tale qualificazione, infatti, è contenuta proprio nella direttiva 2004/33 e i labili confini della stessa sono stati allegati proprio dai legali di Léger.

La decisione della Corte

Secondo la CGUE, pertanto, il fatto in sé che un soggetto intrattenga relazioni sessuali con partner maschili non giustifica sic et simpliciter l’esclusione dello stesso dalle liste di donatori. Tuttavia, qualora venga riscontrato in concreto, attraverso un’analisi fattuale condotta da competente staff medico, che uno specifico comportamento implichi un determinato aumento del rischio, allora l’esclusione può intervenire ed interverrà in modo legittimo. Una questione alquanto spinosa, se si considera come il donatore volontario in Francia dovrà vedersi costretto a una forma di dossieraggio clinico decisamente invasiva. Un’indagine che risulta però supportata sia a livello giuridico che statistico. Infatti, secondo la CGUE il Governo francese ha non solo esercitato la discrezione accordatagli dai Trattati in materia di salute pubblica, ma addirittura in modo coerente ai principi di non discriminazione e proporzionalità. Sul piano statistico, invece, un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dell’estate 2014 ha attestato un aumento vertiginoso del rischio di contagio dell’HIV tra uomini omosessuali (19 volte più alto che tra coppie eterosessuali).

Le conseguenze politiche

Ça va sans dire, a livello schiettamente tecnico il ragionamento della Corte lascia poco spazio alle rimostranze legali. Quel che invece può destare preoccupazioni è il significato politico della decisione. Infatti, a livello mondiale l’OMS ha rivelato come, nel 2013, l’UE si attestasse al primo posto insieme a Nord America e Australia con circa 30 donatori ogni 1000 abitanti (eccezion fatta per le Repubbliche Baltiche, Polonia e Croazia, con 20-25 donatori). Un dato ancora più sconfortante se si tiene conto di come la tradizione di donazione gratuita sia radicata sin dal momento del riconoscimento della terapia in Francia, Lussemburgo, Belgio, Inghilterra, Spagna e Italia.

Quel che è certo è che la sentenza resa il 29 aprile scorso per la causa C-528/13 dalla CGUE non lascerà indifferenti né i difensori dei diritti civili, né le organizzazioni radicate sul territorio dell’UE che nel corso degli ultimi cinquant’anni hanno reso possibile l’autosufficienza degli Stati membri in materia di trasfusioni. Con buona pace dei cultori della discrezione nazionale e del principio di proporzionalità.

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

Check Also

Big Data: cosa prevede il regolamento del 2016

La principale fonte in materia di dati personali è costituita dal regolamento europeo 2016/679 del …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *