venerdì , 23 febbraio 2018
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Parità salariale fra uomo e donna: il Parlamento bacchetta il Commissario Reding

Lunedì, in occasione primo giorno di seduta plenaria, il Parlamento Europeo (PE) ha avuto l’occasione di rivolgere domande al Commissario Viviane Reding in merito all’annoso problema della disparità di salario tra uomini e donne e alle azioni che la Commissione Europea intende intraprendere a riguardo. Ieri, si sono tirate le fila di quella discussione con l’approvazione (388 voti favorevoli, 288 contrari e 14 astenuti) di una risoluzione critica verso l’operato della Commissione Barroso.

Il gap salariale tra lavoratrici e lavoratori è in media del 16,2%. Come ricordato in occasione della Giornata per la parità salariale (28 febbraio 2013), a parità di mansione, per ottenere lo stesso salario degli uomini le donne devono lavorare due mesi in più. La Commissione Donne del PE si è dichiarata all’unanimità stanca di chiedere un’attenzione maggiore da parte della Commissione su questo tema e vorrebbe finalmente vedere fatti concreti e non più mere dichiarazioni di principio, avanzando quindi le sue proposte. Atteggiamento comprensibile se si pensa che, fin dalla risoluzione del 24 maggio 2012, gli europarlamentari avevano chiesto un nuovo intervento sul tema da parte della Commissione.

Secondo il PE è vero quanto afferma Reding, ovvero che è in vigore dal 2006 la Direttiva riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione ed impiego (Direttiva 2006/54/CE), della quale si sta per altro preparando una relazione. Vero anche che dal 2010 è attiva la Strategia per la parità tra donne e uomini (2010-2015), che include tra gli obiettivi anche la parità salariale. L’iniziativa Equality Pays Off, con una serie di workshop e training destinati alle aziende europee per discutere e promuovere l’equa retribuzione e di cui è un  prevista una sessione anche a Milano il 5 novembre, è un altro strumento in vigore. Ma ancora non basta.

Innanzitutto, si è fatto notare come la relazione sulla Direttiva 2006/54 abbia ormai un semestre di ritardo, nonostante le insistenze del PE. All’articolo 32 si prevedeva infatti che il riesame avvenisse al più tardi entro il 15 febbraio 2013. In secondo luogo, si è rilevato che tutte le strategie messe in piedi a favore dell’uguaglianza tra uomini e donne, seppur dai nobili intenti, sono state totalmente inefficaci. Ciò è ancor più evidente se si pensa che il principio della parità di retribuzione fra uomo e donna risale agli albori dell’integrazione europea, cioè ai Trattati di Roma del 1957.

E colpevoli di questa continua discriminazione non sono solo gli Stati membri, che troppo spesso si sono dimostrati sordi e poco collaborativi in materia, ma anche la Commissione, che ha preferito strumenti di basso profilo ad atti lungimiranti ed efficaci. Un atteggiamento più simile alla ricerca del minimo comune denominatore che spesso ha contraddistinto il lavoro della Commissione non solo in materia dipari opportunità. Ciò che il PE indica come mezzi necessari per un effettivo contrasto alla disparità di trattamento salariale tra i sessi sono la creazione di un organo per le pari opportunità, l’obbligo di maggiore trasparenza dei salari, sulla linea delle riforme intraprese dal governo austriaco.

Come ha fatto notare l’europarlamentare Roberta Angelilli (PPE), la discriminazione retributiva è solo la punta di un iceberg e si somma ad altri dati allarmanti: tra le donne europee il 70% si deve far carico della famiglia, il 64% ha un contratto atipico o è precaria e il 25% vive al di sotto della soglia di povertà. O ancora, come ha ricordato l’europarlamentare danese Britta Thomsen (S&D), le donne sono discriminate prima, durante e dopo la loro vita lavorativa: le pensioni, infatti, sono un altro tema importante sul quale si dovrebbe intervenire.

Una continuazione dello status quo andrebbe a detrimento di tutti: l’UE ne perderebbe non solo in coerenza e credibilità, ma anche in termini economici. Le difficoltà per le donne ad emergere nel mercato del lavoro creano costi e, in aggiunta, non ha senso investire soldi nella formazione delle donne se le loro prospettive di lavoro non vengono appagate. Critiche dure, quindi, nei confronti della Commissione, rappresentata in questo caso da Reding, che non ha potuto dire molto per discolparsi, se non che si tratta di una materia complessa e che la relazione sulla direttiva è in dirittura d’arrivo. Staremo a vedere se sarà davvero la Commissione Barroso II, apiù di cinquant’anni dal Trattato di Roma, ad applicare finalmente il principio sacrosanto della parità retributiva.

In foto, il commissario alla Giustizia Viviane Reding alla plenaria del PE (© European Union 2013 – EP)

L' Autore - Valentina Ferrara

Vice-direttore - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche con una tesi in Storia dell'Integrazione Europea dal titolo "Unione Europea e discriminazioni". Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, per il mondo della comunicazione e per l'Unione Europea, per questo non ho avuto alcun dubbio a partecipare alla creazione di Europae, la fonte d'informazione che sono sempre andata cercando.

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