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PESC e diritto UE: le contraddizioni in termini

Un sentimento di crescente anti-europeismo sta montando con preoccupante veemenza all’interno degli Stati membri dell’Unione Europea, parallelamente alla sua perdita di appeal a livello internazionale. Di fronte al dilagare del sentimento anti-europeista sembra arrivato il momento di una nuova riforma dei Trattati. Per facilitare l’emergere di un vero sentimento europeista si dovrebbe infatti cercare di trasformare l’Europa in una vera entità politica. In sostanza, l’UE deve aggiungere alla cooperazione in campo economico una maggiore solidarietà politica tra gli Stati membri.

Oltre ad una revisione sul funzionamento generale delle istituzioni dell’UE, occorre una sostanziale modifica di politiche che oggi funzionano a singhiozzo, anche perché a livello giuridico sono state sviluppate con serie di contraddizioni che le rendono, di fatto, assai poco funzionali. Ad esempio, la Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC), la cui procedura decisionale è vincolata ad una serie di principi contenuti nel Trattato sull’Unione Europea (TUE) e nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) e che risultano per molti aspetti in conflitto tra di loro.

Sebbene occorra precisare che la PESC è contenuta nel Titolo V del TUE, ovvero l’ex secondo pilastro e sia quindi esclusa dal novero delle politiche “comunitarie”, dove Parlamento e Commissione hanno poteri maggiori, essa deve ugualmente tenere conto di alcuni principi generali che disciplinano la cooperazione tra gli Stati membri. Un principio generale di diritto positivo è quello legato alla leale cooperazione, che prevede che Stati e istituzioni europee collaborino rispettando le rispettive competenze. Essendo la PESC una politica intergovernativa tale principio non ha altro che una valenza esortativa. Non essendo previsto un ruolo della Corte di Giustizia dell’UE a sanzionare violazioni degli Stati che non rispettino un atto PESC, dunque, il rispetto di tale principio resta ancorato alla volontà dei governi. Il principio della leale cooperazione non ha dunque per la PESC la stessa efficacia che ha per le politiche comunitarie.

Altri principi generali sono invece il principio di attribuzione e quello di sussidiarietà. L’applicazione di questi principi consiste nel grado di autonomia concesso all’UE e agli Stati impegnati nello svolgimento delle proprie attività in un medesimo settore politico. Il principio di attribuzione viene meglio delineato nel TFUE attraverso l’enumerazione delle competenze dell’UE e dei governi. Per quanto riguarda la PESC, l’Unione ha competenza a definire e attuare tale politica (art. 2, n. 4 TFUE). Tuttavia, sorge una contraddizione con quanto previsto dall’art. 4, n.2 TUE, ovvero che l’UE non ha competenza nella salvaguardia dell’integrità territoriale e della sicurezza nazionale.

Inoltre, in virtù del principio di sussidiarietà, l’UE interviene solo se gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati, ma possono essere realizzati meglio collettivamente. Secondo questo principio e secondo l’attuale dimensione globale delle minacce alla sicurezza, sarebbe quindi auspicabile che l’UE avesse maggiore autonomia in materia PESC. È infatti palese che i singoli Stati membri non abbiano mezzi e forza sufficienti a reagire nel caso in cui una minaccia si concretizzi in un attacco.

Sorge, infine, una grave contraddizione circa la competenza dell’UE a concludere accordi internazionali in ambito PESC. Infatti, sebbene da un lato vi siano norme che prevedono una competenza dell’UE nel siglare accordi internazionali, dall’altro la persistente natura intergovernativa di tale politica esclude la competenza esclusiva dell’Unione in ambito negoziale. Gli accordi internazionali possono però essere finalizzati al raggiungimento di obiettivi che, nella fattispecie della PESC, sono contenuti all’articolo 22 TUE. Questi sono la promozione della democrazia, dello Stato di diritto, dei diritti umani, dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, oltre che la salvaguardia dei confini dell’UE. Tutti questi obiettivi, ad eccezione dell’ultimo, hanno una natura universale.

Un’azione europea sarebbe più efficace dell’azione di un singolo Stato membro nella promozione di obiettivi che dovrebbero essere condivisi dall’intera comunità internazionale. Inoltre, anche per la difesa dei confini, un’azione collettiva potrebbe essere di certo più efficace tanto in termini di reazione che di deterrenza.

In foto, l’Alto Rappresentante per la PESC Catherine Ashton e il Primo Ministro irlandese Enda Kenny. (© European Commission – 2013)

L' Autore - Aldo Carone

Laureato con lode presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha condotto la propria tesi di laurea utilizzando un approccio multidisciplinare utile a descrivere da diverse prospettive le politiche di sicurezza e difesa dell'Unione Europea. Ha frequentato corsi presso la London School of Economics and Political Science, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI). Attualmente è iscritto al corso magistrale di Relazioni Internazionali - curriculum di Strategia e Conflitti Internazionali – presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Per Europae si occupa di tematiche relative alle politiche europee di sicurezza e difesa, di relazioni UE-USA e di conflitti internazionali.

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