martedì , 20 febbraio 2018
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CEDU
© Instituto Bernabeu

Procreazione assistita, da CEDU no a esperimenti su embrioni

A distanza di tre anni esatti dalla sentenza che aveva dichiarato l’incoerenza delle Legge 40/2004 in fatto di diagnosi pre-impianto, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU) è tornata a pronunciarsi in materia. Uno dei protagonisti della vicenda giudiziaria conclusasi nel 2012 è ancora presente; si tratta dall’avvocato Nicolò Paoletti. A differenza di quanto in precedenza accaduto, tuttavia, il legale non ha ottenuto una nuova clamorosa vittoria di fronte alla Corte.

Il ricorso Parrillo

Ricorrente innanzi ai giudici di Strasburgo è Adelina Parrillo, compagna di uno dei caduti per mano degli attentatori di Nāṣiriya nel 2003, il regista Stefano Rolla. La coppia si era sottoposta a trattamenti di procreazione mediamente assistita (PMA), decidendo di crioconservare gli embrioni ottenuti per trasferirli in utero in un momento successivo. La possibilità di postporre il trasferimento è poi venuta meno con l’entrata in vigore della famigerata Legge 40. L’anno successivo, il tragico evento: Stefano Rolla muore e la compagna decide così di non completare la procedura procreativa, lasciando temporaneamente gli embrioni in custodia del centro medico. Nel 2011 la donna richiede quindi di poter donare i propri embrioni per scopi di ricerca.

La Legge 40/2004 di per sé vieta, all’art. 13, qualsivoglia sperimentazione su embrione umano, eccezion fatta per quelle volte a effettuare diagnosi o formulare terapie in ordine alla tutela e alla salute del medesimo embrione (e sempre a condizione che non esistano procedure alternative). Adelina Parrillo ha così proposto ricorso avanti alla Corte EDU, sostenendo non solo che la creazione in vitro degli embrioni fosse avvenuta prima dell’entrata in vigore della suddetta norma, ma anche come il divieto dell’art. 13 infrangesse il diritto alla libertà di espressione (scientifica) declinato dall’art. 10 della CEDU e costituisse un’interferenza con la propria sfera privata (art. 8 CEDU), nonché con il libero godimento della proprietà privata (art. 1, Protocollo 1 CEDU).

Il giudizio della CEDU

Secondo i giudici di Strasburgo, tuttavia, il riferimento all’art. 10 CEDU appariva manifestamente incompatibile con il testo della Convenzione ratione personae: il diritto di espressione, inclusa la sua declinazione scientifica, può essere posto in capo esclusivamente agli operatori professionali del settore scientifico, siano essi biologi, medici o ricercatori afferenti ad altre discipline. Invece, per ciò che attiene al tema della sfera e della proprietà private, la Corte EDU si era dichiarata impossibilitata a decidere in merito all’ammissibilità delle richieste, rinviando al Governo italiano tali parti del ricorso.

Nel 2014 la Camera alla quale il ricorso era stato affidato ha declinato la propria giurisdizione in favore della Grande Camera, la quale ha ritenuto applicabile l’art. 8, considerando come gli embrioni in oggetto siano costituiti in parte dal materiale genetico della ricorrente. Tuttavia, non esistendo una disciplina specifica che regoli il fenomeno e non potendo venire a conoscenza delle volontà di Stefano Rolla in seguito alla sua morte, la Grande Camera ha così bocciato il ricorso.

Una sentenza non risolutiva

La sentenza definitiva dà inoltre conto, da un lato, della eterogeneità delle normative europee sul tema e, dall’altro, della complessità del dibattito politico che circonda ormai da anni l’ambito di applicazione della Legge 40. Un ambito che, in riferimento alla vicenda Parrillo, non è stato oggetto di abuso del cosiddetto “ampio margine di apprezzamento”, risultando l’embrione protetto da una disciplina frutto del bilanciamento dei valori, in sede di approvazione, dei beni considerati (vita umana, sua dignità e ricerca).

Attualmente, dei 41 Stati membri del Consiglio d’Europa, in 17 prevedono un approccio piuttosto libero in fatto di uso degli embrioni umani a scopo di ricerca, mentre alcuni lo proibiscono in toto (Principato di Andorra, Lettonia, Croazia e Malta) e altri lo permettono a condizione del rispetto di severi limiti (Repubblica Slovacca, Germania, Austria e Italia). In un’ottica di medio-lungo periodo, tale eterogeneità potrebbe provocare l’incremento di alcuni fenomeni distorsivi in ambito scientifico ed economico, derivanti innanzitutto dalla scelta coercizzata delle coppie di conservare sine die gli embrioni “avanzati” da un ciclo di PMA, non potendo disporne se non per un trasferimento successivo.

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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