mercoledì , 21 febbraio 2018
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Referendum in Croazia, vincono i “Si”: cambia la definizione di “matrimonio”.

Il popolo croato ha votato domenica la modifica alla Costituzione che renderà impossibile, senza un’ulteriore modifica del testo costituzionale, qualsiasi futura legge in favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Lo scorso maggio, alcune associazioni ultra-cattoliche hanno indetto un’iniziativa chiamata “Nel nome della famiglia”, volta a raccogliere le firme necessarie (10% dell’elettorato) a indire un referendum popolare “a tutela della famiglia tradizionale”. Oltre settecentotrentamila sono state le firme raccolte e presentate in Parlamento.

Il Parlamento croato, dopo aver riconosciuto la validità delle firme, ha deliberato con larga maggioranza nel mese di novembre per l’ammissibilità del requisito referendario. Le associazioni LGBT hanno invece denunciato l’operato del Parlamento, sottolineando come l’assemblea abbia votato senza sottoporre preventivamente il quesito referendario al giudizio della Corte costituzionale, rendendosi così da un lato promotore di leggi e iniziative – ritenute dalle associazioni LGBT “discriminatorie”- e dall’altro paralizzando la Corte e una sua eventuale declaratoria di inammissibilità referendaria.

Invano le associazioni LGBT hanno adito la Corte costituzionale, che però ha deciso all’unanimità per l’ammissibilità del quesito. I giudici tuttavia non si sono espressi in merito alla costituzionalità o meno del quesito referendario, ma hanno circoscritto la loro argomentazione alla sola circostanza che, se avessero eventualmente dichiarato “discriminatorio” il referendum, avrebbero consequenzialmente dichiarato, seppur in maniera implicita, incostituzionale il “Codice sul diritto di famiglia”. Il “Codice sul diritto di famiglia” croato infatti prevede solo l’unione tra un uomo ed una donna. I giudici della Corte costituzionale hanno però allo stesso tempo aggiunto che l’esito del referendum “non può in nessun modo limitare uno sviluppo futuro della regolamentazione legislativa delle unioni civili tra le persone dello stesso sesso”.

Il premier croato Zoran Milanović, nel definire “inutile e omofobo” questo referendum, ha annunciato che tra qualche settimana il suo governo presenterà una legge sulle unioni civili tra le coppie dello stesso sesso. La legge prevede che alle coppie omosessuali siano garantiti tutti i diritti di quelle sposate, con la sola eccezione delle adozioni relative a minori.

I valori di ispirazione profondamente cattolica hanno prevalso contro gli appelli del governo, del Presidente della Repubblica Ivo Josipović e di varie associazioni che nelle scorse settimane hanno invitato gli elettori croati a non avallare questa presunta forma di discriminazione e di divisione tra famiglie di primo e secondo grado. Il verdetto del referendum è stato infatti netto: a favore del “sì” si è espresso il 65,87% (in numeri 946.433) degli elettori, mentre contro la modifica costituzionale si è schierato il 33,51% (481.534 elettori), secondo i dati diffusi nella serata di lunedì dalla Commissione elettorale.

L’esito, per molti, era scontato: sono prevalse le tradizioni e le vedute fortemente religiose. La tematica sembra, comunque, non appassionare più di tanto, dal momento che urne sono state visitate soltanto dal 37,86% dei 3,8 milioni di aventi diritto al votoIntanto però la Croazia si unisce a Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria e Bulgaria nel novero dei paesi dell’UE che presentano una definizione “eterosessuale” del matrimonio nelle rispettive Costituzioni.

Nell’immagine ragazze croate indossano il costume tradizionale. La tradizione cattolica è stata un fattore determinante nella scelta adottata domenica dagli elettori croati (photo: Wikimedia Commons).

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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