mercoledì , 15 agosto 2018
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Regno Unito: maternità e lavoro, interviene la CGUE

Spesso trattando di Unione Europea (UE) si dà per scontata la sua genesi economica, o meglio, il fatto che di genesi si tratti e che ai giorni nostri l’integrazione economica sia ormai consolidata. Un dato, questo, non del tutto vero per tutti gli Stati membri. Il Regno Unito, ad esempio, si contraddistingue da decenni per le forti posizioni protezioniste, per così dire, per quanto riguarda il mercato del lavoro comunitario. Infatti, sin dagli anni ’70 il Paese ha avuto un ruolo deterrente di primo piano nell’evoluzione dei diritti sociali dei (futuri) cittadini dell’UE. E ancora oggi, alcune concessioni, garanzie e tutele sono accordate esclusivamente ai cittadini e ai lavoratori inglesi, dando luogo a disparità di trattamento non consentite nello spazio europeo. La Corte di Giustizia dell’UE (CGUE) ha di recente pronunciato una sentenza storica da questo punto di vista.

La causa che ha costituito oggetto di rinvio pregiudiziale da parte del giudice inglese vedeva coinvolti una cittadina francese, e il Secretary of State for Work and Pensions (corrispondente all’incirca al nostro Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali). La causa verteva sull’indennità integrativa del reddito che il governo inglese concede ad alcuni soggetti come le donne incinte o puerpere nel periodo intorno al parto. Le beneficiarie devono anche possedere un reddito inferiore a una determinata soglia ed essere “residenti abituali” nel Regno Unito. Per le “persone provenienti dall’estero” invece l’indennità non è prevista, a meno che non abbiano acquisito lo status di “lavoratore” ai sensi del diritto comunitario.

Il problema non è di poco conto, se si considera che nel caso delle donne gestanti entrano in gioco non solo elementi di integrazione tra Stati membri, ma anche relative alla parità di genere. Un tema, quest’ultimo, più che scottante, specie nei Paesi anglosassoni. La cittadina francese parte in causa, giunta al sesto mese di gravidanza, dovette abbandonare il proprio impiego perché troppo impegnativo in relazione al suo stato fisico. Quest’interruzione del rapporto di lavoro portò l’amministrazione britannica a negare il diritto all’indennità alla donna, in quanto priva dello status di lavoratrice. La medesima soluzione fu adottata poi dalla Supreme Court del Regno Unito, quando la donna dimostrò di aver ripreso l’attività lavorativa appena possibile, cioè 3 mesi dopo il parto.

La CGUE, interpellata dalla Supreme Court, ha rilevato due elementi fondamentali. Il primo: la direttiva sul diritto di libera circolazione e di soggiorno non stabilisce in modo esaustivo quando un lavoratore rimanga tale formalmente, benché abbia perso la sua occupazione. Esempi in tal senso sono l’inabilità temporanea al lavoro, la formazione professionale o la disoccupazione volontaria. Il secondo, complementare, è che la giurisprudenza CGUE sia costante nel non riferire lo status in questione all’esistenza o alla prosecuzione di un rapporto di lavoro.

Stanti queste due rilevazioni, per la CGUE una donna che interrompe il proprio rapporto di lavoro (o la ricerca di un impiego) a causa dei limiti fisici derivanti dall’ultimo periodo di gravidanza o da quello immediatamente successivo conserva lo status di lavoratrice. È necessario però che il rapporto sia ricostituito entro un ragionevole periodo di tempo dal parto. In caso contrario, infatti, le donne europee sarebbero dissuase, ostacolate e quasi osteggiate nell’esercitare il proprio diritto alla libera circolazione entro i confini UE. Perciò le associazioni inglesi di difesa dei diritti delle lavoratrici esultano: per la prima volta la CGUE è riuscita, infatti, a far coincidere in un’unica pronuncia la tutela della libertà di circolazione e quella della parità di genere.

La sentenza costituisce quindi un buon terreno di coltura per favorire ancora la promozione dei diritti sociali nel Regno Unito, benché lasci (come di dovere data la ripartizione di competenze giurisdizionali) la determinazione del congruo periodo post-parto alla discrezionalità del giudice nazionale. Questo spazio di discrezionalità potrebbe dar adito a un restringimento dello spettro di garanzie individuate dalla CGUE. Uno spazio che in più occasioni il giudice inglese ha saputo gestire a favore di pretese nazionali poco conformi agli obiettivi di integrazione dell’UE.

Photo © Olga/ Олька, 2008, www.flickr.com

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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