mercoledì , 21 febbraio 2018
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Rivalutazione delle quote della Banca d’Italia: è aiuto di Stato?

Quello che finora si è largamente compreso del caso Banca d’Italia è che la rivalutazione delle quote decisa del decreto convertito in legge non determina un trasferimento di risorse liquide verso le banche private. Si tratta di un trucco puramente contabile (e legittimo): all’improvviso si decide che le quote che diverse banche italiane avevano versato all’atto della creazione di Banca d’Italia (e che non la rendevano una banca privata: resta un istituto di diritto pubblico) non devono più essere valutate come l’esatta conversione in euro della cifra che fu versata allora in lire (circa 156.000 euro), ma come se fossero delle vere e proprie quote della Banca d’Italia di oggi, con un valore quindi di 7,5 miliardi.

Le banche che possiedono una quota possono così rivalutarla, nei loro bilanci, aumentando in modo un po’ artificioso i loro asset. L’unico trasferimento che questa rivalutazione determina è, paradossalmente, dalle banche private allo Stato: sul guadagno derivante da questa rivalutazione bisogna infatti pagare le tasse, che ammontano in totale a un miliardo circa, ovvero ai soldi di cui lo stato ha bisogno per mantenere il bilancio in pareggio dopo aver eliminato l’IMU.

Dove sta allora l’indebito aiuto nei confronti delle banche? La quota rivalutata è in sostanza un asset del bilancio che all’improvviso vale, invece che qualche migliaio di euro, quasi un miliardo (dipende dalla quota), rendendo l’intero bilancio più solido e in grado di reggere meglio gli stress test con cui la Commissione Europea avvierà a breve per verificare la solidità delle banche europee. Bilancio più solido vuol dire migliori valutazioni e migliori ranking, cioè capacità di prendere in prestito denaro ad un costo minore: un primo vantaggio in termini reali, quindi.

Ce n’è anche un secondo, più complicato. Proprio per evitare che Banca d’Italia sia dominata da uno o più azionisti privati, le quote acquistate da ciascuna banca saranno rese trasferibili, dunque rivendibili, in modo che ogni azionista possa ridurre la sua partecipazione al 3% del capitale. Come potrebbero sbarazzarsi le banche delle quote in eccesso possedute dopo la rivalutazione? Vendendole. E per evitare di privatizzare sul serio Banca d’Italia, dovranno rivenderle direttamente a lei, che in pratica si troverebbe a ricomprare il suo stesso capitale. Così facendo, avverrebbe un trasferimento nei confronti della banche private: un potenziale aiuto di Stato, visto che quello che prima era un semplice numero sul bilancio diventerebbe denaro vero.

Come se la storia non fosse abbastanza complicata, c’è anche un terzo aspetto: i dividendi. Sulle quote di capitale Banca d’Italia paga dei dividendi annuali, che sono una minima percentuale del reddito da signoraggio che tutte le banche centrali generano. Una minima parte, fino a che vengono pagati su quote che valgono molto poco: ma su quote rivalutate, la percentuale del dividendo sale di parecchio. Ed ecco allora un terzo vantaggio concesso alle banche detentrici di quote.

In sintesi, l’aiuto di Stato c’è o no? Se la Commissione dovesse ritenere di sì, l’Italia si troverebbe già in difetto, perché gli aiuti devono essere notificati prima dell’erogazione, invece la rivalutazione delle quote è già stata decisa. In questo caso la Commissione dovrebbe disporre il recupero dell’aiuto, anche se lo stesso venisse poi considerato legittimo. Resta da capire quale dei tre profili sopra individuati può essere ritenuto un aiuto, intendendo come aiuto sia un’uscita di denaro pubblico che una mancata entrata.

Vale la pena precisare ancora due punti. Primo: le banche hanno ricevuto molti aiuti di Stato durante la crisi. Diretti e senza nessuna rivalutazione. Si è trattato di trasferimenti di risorse pubbliche, come nel caso del Monte dei Paschi o delle banche del nord Europa e della Germania, aiutate molto più di quelle italiane. Il motivo per cui la Commissione lo ha permesso è semplice: il fallimento di una banca non significa mettere sul lastrico qualche avido banchiere della City di Londra. Spesso significa il licenziamento di migliaia di dipendenti e può significare che chi ha depositato i suoi risparmi presso quella banca non li rivedrà più: normali cittadini, quindi.

Secondo punto: quelli che oggi gridano all’aiuto di Stato per la rivalutazione delle quote sono gli stessi che ieri sostenevano che Banca d’Italia non è pubblica, ma privata e in mano alle banche. Se così fosse, non ci sarebbe nessun profilo di aiuto di Stato e nessun intervento della Commissione possibile: un soggetto privato è libero di aiutare chi preferisce e di farlo come meglio crede, se può permetterselo.

Nell’immagine, particolare del palazzo della Banca d’Italia a Perugia (© The Polish, Wikimedia Commons)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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One comment

  1. La questione delll’aiuto di stato è cruciale per definire alcuni temi ancora ambigui.
    Ad esempio , i proventi del signoraggio bancario sono di matrice pubblica o privata?
    Nell’articolo si parla di una piccola parte delle somme del signoraggio bancario destinate alla rivalutazione del capitale; dati alla mano non mi pare che sia tanto “piccola”

    L’articolo non affronta il problema della distribuzione degli utili che con la riforma degli artt. 39 e 40 dello statuto di Banca d’Italia verranno riconosciuti ai titolari delle partecipazioni di Banca d’Italia.

    Non mi risulta infine che negli anni 90, quando si privatizzarono le banche le quote di Banca d’Italia siano state valutate adeguatamente.

    Sulle tematiche dell’occupazione e della crisi riprese nell’articolo, credo si tratti di un argomento a “effetto” che perlatro potrebbe far sorgere una domanda spontanea, ma un impiegato di banca allora merita più tutela di un dipendente del manifatturiero o del tessile. Non è che chi ha più potere di ricatto in questo paese ottiene di più e chi non ha voce è legittimato a morire?

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