giovedì , 16 agosto 2018
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Srebrenica: Paesi Bassi ancora sul banco degli imputati

A 19 anni dal massacro di Srebrenica, si riapre ancora una volta la questione legata alle responsabilità del genocidio. Lo scorso settembre la Corte di Cassazione olandese ha giudicato lo Stato olandese responsabile per la morte di tre uomini nel corso del genocidio di Srebrenica, avvenuto in Bosnia nel luglio del 1995.

Nel caso di specie, la Corte ha stabilito che Rizo Mustafic, un elettricista, così come il padre e il fratello di Hasan Nuhanovic, interprete per i peacekeeper olandesi a Srebrenica, morirono proprio perché allontanati da una “safe area” sotto il controllo delle truppe ONU. I tre uomini vennero respinti dal compound dei peacekeeper, nonostante i soldati olandesi avessero assistito a una serie di casi in cui i serbo-bosniaci avevano maltrattato o ucciso persone al fuori della zona protetta. Per questi motivi, la Cassazione olandese ha confermato la condanna emessa in Appello, chiamando il governo olandese a rispondere civilmente della condotta dei peacekeeper sotto mandato dell’ONU.

Nel rilevare la fondatezza delle argomentazioni addotte dalla Corte d’Appello, la Cassazione ha ricostruito i parametri giuridici in base ai quali va determinata l’imputabilità della condotta dei contingenti nazionali impegnati in operazioni di mantenimento della pace. Il tema emerso riguarda la responsabilità internazionale degli Stati e delle organizzazioni internazionali.

Il punto nodale concerne lo status dei contingenti nazionali messi a disposizione dell’ONU per svolgere missioni di peacekeeping. Se la missione fosse stata considerata un organo sussidiario dell’Organizzazione, la responsabilità della condotta posta in essere dai militari nell’esercizio delle proprie funzioni si sarebbe dovuta attribuire all’ONU, mentre quella dello Stato di invio non sarebbe venuta in rilievo. Invece la Commissione del diritto internazionale, organo sussidiario e permanente dell’ONU, ha ritenuto che i peacekeeper siano stati “prestati” come organi dello Stato inviante (tesi avvalorata nelle sentenze d’Appello e di Cassazione) che però ne ha mantenuto il pieno controllo.

La questione dirimente era quindi legata al chi esercitasse, di fatto, il controllo effettivo sui caschi blu nelle ore in cui si compiva la pulizia etnica. Pur non escludendo che anche le Nazioni Unite potessero influenzare l’azione dei militari, i giudici hanno infine ritenuto che ad esercitare il controllo effettivo sul contingente fosse lo Stato olandese.

Nel solco di questo nuovo indirizzo giurisprudenziale, i sopravvissuti del massacro di Srebrenica, il 7 aprile, hanno avviato un procedimento civile al Tribunale dell’Aja nei confronti dei Paesi Bassi, affermando che i caschi blu olandesi avrebbero dovuto proteggere le vittime civili. “Non impedirono l’uccisione di migliaia di civili” ha detto il legale Marco Gerritsen.

Sempre secondo l’avvocato, lo Stato olandese si è sempre giustificato affermando che i soldati non potevano usare le armi, se non per legittima difesa, anche se la protezione dei civili sarebbe dovuta avvenire prima. Finora il Paese è stato condannato solo per non aver garantito la protezione di tre bosniaci allontanati dalla zona protetta, il prossimo passo potrebbe essere una condanna per responsabilità più ampie.

Ed è quello che l’associazione “Madri di Srebrenica” ed i familiari delle vittime cercano nei tribunali olandesi dal 2007. Non tanto un risarcimento, “ma il riconoscimento della responsabilità”, riferisce un altro avvocato. Parole di una delle donne presenti in aula, parente di una delle vittime: “Pensiamo che dovrebbe essere costituito un fondo, proprio come con gli ebrei nella seconda guerra mondiale. I soldi non ci ridaranno i nostri figli ma qualcuno deve pagare per le nostre sofferenze, per il nostro dolore, per questa lunga attesa. Siamo qui nei Paesi Bassi per raccontare cos’è veramente accaduto sotto la loro protezione, la loro bandiera. Ma loro continuano a restare in silenzio.”

Le piaghe lasciate aperte dal peggiore massacro commesso in Europa dopo il secondo conflitto mondiale sono ancora aperte. I ricorrenti chiedono giustizia e chiedono che l’immunità di cui in alcune situazioni godono i caschi blu sotto l’egida ONU non diventi sinonimo di “impunità”.

In foto le lapidi a Srebrenica (Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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