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Staminali, corte UE: brevettabile l’ovulo che non diventa embrione

Il 18 dicembre la Corte di giustizia dell’UE ha risposto alla domanda pregiudiziale sollevata dalla High Court of Justice del Regno Unito: cosa si deve intendere per “embrione umano” ai fini dell’applicabilità della direttiva 98/44/CE sulla protezione giuridica delle invenzioni biologiche? La direttiva impedisce di brevettare embrioni umani per fini industriali o commerciali, ma la Corte ha precisato che un ovulo umano non fecondato che, tramite partenogenesi artificiale, sia stato indotto a dividersi non è embrione umano e come tale non rientra nel divieto se è del tutto privo della capacità intrinseca di svilupparsi e diventare un essere umano.

La Corte sul punto si era già pronunciata nel 2011 nel caso Brustle/Greenpeace e aveva stabilito che non potevano essere brevettati gli organismi idonei ad avviare il processo di sviluppo che li porti a diventare esseri umani. Il ricercatore tedesco Oliver Brustle nel 1997 scoprì e brevettò un metodo per curare il morbo di Parkinson usando cellule staminali ricavate da un embrione nello stadio della blastocisti, cioè circa cinque giorni dopo la fecondazione. Alla registrazione si era opposta Greenpeace: Brustle replicava che non poteva essere considerato embrione umano un ovulo fecondato da meno di cinque giorni, ma la Corte di giustizia gli aveva dato torto e aveva negato il brevetto, perché tale organismo avrebbe potuto diventare essere umano.

Molti pensano che i giudici di Lussemburgo abbiano oggi cambiato idea rispetto al caso Brustle ma non è così. Non è infatti diversa l’interpretazione data al concetto di embrione umano ai fini del divieto ma piuttosto la Corte ha chiarito alcuni punti e ha distinto situazioni diverse tra loro. Il rinvio pregiudiziale inglese riguarda una causa intentata dall’International Stem Cell Corporation (ISCO) contro l’Ufficio Brevetti della Gran Bretagna. L’ISCO aveva presentato due domande di registrazione di metodi di produzione di cellule staminali umane da ovuli non fecondati indotti artificialmente (per partenogenesi) a svilupparsi. L’Ufficio Brevetti negò queste richieste sostenendo che le invenzioni ricadessero nel divieto della direttiva e che tali ovuli non fecondati fossero degli embrioni umani così come intesi nel caso Brustle.

La Corte invece ha chiaramente detto che non è così in quanto non tutti gli ovuli indotti artificialmente a dividersi e svilupparsi sono per questo solo destinati a poter diventare esseri umani. La differenza sta proprio nella presenza o meno dell’attitudine a diventare, anche solo potenzialmente, essere umano: se l’ovulo la possiede non sarà brevettabile, altrimenti lo sarà anche per fini commerciali e quindi potrà essere venduto o acquistato. Spetta comunque al giudice del rinvio verificare se gli ovuli in questione abbiano o meno tale caratteristica in base allo stadio di conoscenza attuale.

All’attenzione dell’opinione pubblica è così riemerso il dibattito in materia di bioetica, tanto affascinante quanto delicato: c’è chi considera la brevettabilità di materiale genetico come la porta verso scenari terribili, per esempio il traffico illecito di ovociti, e chi guarda ad essa come una nuova possibilità di ricerca. Le cellule staminali sono cellule primitive, cioè non differenziate e come tali utilizzabili per sostituire tessuti danneggiati o malfunzionanti. Per questo gli scienziati pensano di poterle impiegare per la cura di malattie degenerative, come il Parkinson o l’Alzheimer, la distrofia muscolare o le leucemie. Possono essere ricavate dagli embrioni, dal cordone ombelicale, dal liquido amniotico e anche dagli esseri umani adulti, nel midollo osseo.

In Europa non c’è una posizione uniforme tra gli Stati: ad esempio in Germania prelevare tali cellule dagli embrioni è illegale mentre in Inghilterra è possibile farlo anche se ci sono condizioni rigorose da rispettare e infine in Italia non sono possibili sperimentazioni su embrioni umani. Proprio l’Italia è stata travolta recentemente dal caso Stamina che ha mostrato i tanti dubbi sull’uso delle staminali: il rischio è anche quello di alimentare false speranze nei pazienti sulle reali aspettative di cure offerte da questi metodi sperimentali, ancora non del tutto accertati. L’Europa rappresenta un’opportunità di dialogo libero e aperto a tutte le posizioni: per questo dovrebbe spronare gli Stati ad una maggiore consapevolezza per far sì che il dibattito politico corra parallelo a quello scientifico.

L' Autore - Elisabetta Sartor

Studentessa all’ultimo anno di giurisprudenza all’Università di Udine. Vorrei raccontare l’impegno europeo per una maggiore tutela dei diritti, soprattutto degli ultimi. Scrivere mi dona felicità, è un modo per conoscere se stessi e la realtà multiforme e imprevedibile che ci circonda.

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