giovedì , 22 febbraio 2018
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Tassarne cento, per colpire Google. Web Tax all’italiana

Due terzi delle persone preferirebbero rinunciare a caffè, fumo e alcol, piuttosto che rinunciare a internet.

James Purnell, direttore delle strategie digitali di BBC, in un intervento al Google Big Tent di Parigi, gennaio 2013. 

Durante il suo discorso alla Google Big Tent di Londra, nel maggio 2013, ED Miliband, leader del partito laburista inglese, ebbe il coraggio di essere onesto con la sua platea: “Non posso essere l’unica persona in questa sala profondamente amareggiata che una grande società come Google […], che produce miliardi di fatturato in Inghilterra, sia ridotta a discutere se sia giusto pagare l’1% di tasse qui”. Miliband non è il solo tra i leader politici europei a pensare che i giganti del web paghino troppe poche tasse sugli enormi profitti da loro generati.

Nel 2010 l’UMP, il centrodestra francese di Sarkozy, aveva proposto una “Google taxe”, una tassa sui proventi pubblicitari ottenuti utilizzando la rete internet francese cui era stata poi aggiunta un’ulteriore tassa sul commercio elettronico. Dopo varie proroghe all’entrata in vigore, la legge venne abrogata da un emendamento sempre proposto dall’UMP ma nel 2012, durante la campagna presidenziale, Sarkozy e Hollande si impegnarono a ritornare sul problema proponendo soluzioni alternative, basate su una maggior protezione dei diritti di proprietà intellettuale, provocando la dura replica di Google.

Infine, il problema della tassazione per i giganti di internet è arrivato anche in Italia. Il Presidente della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (PD), ha infatti redatto una proposta di legge il cui cuore è l’obbligo, per i cittadini e le imprese italiane, di acquistare prodotti e spazi pubblicitari online solo da soggetti con partita IVA italiana. Al momento Google, Amazon e le altre grandi società di internet, pur vendendo in Italia i loro prodotti (siano libri o pubblicità), sono stabiliti in altri Paesi, soprattutto in Irlanda, dove la tassazione sul reddito da impresa è al 12,5%, meno della metà che da noi. Boccia ha definito questo comportamento dumping fiscale: con la sua proposta chiunque voglia vendere un prodotto via internet in Italia deve avere una partita IVA qui e pagare le tasse direttamente all’Italia.

La prima versione della proposta, che includeva anche la vendita di prodotti (e-commerce) è stata subito pesantemente criticata. I colossi americani infatti potrebbero anche permettersi di stabilirsi in Italia per entrare nel nostro mercato, mentre la miriade di piccole e medie imprese del mondo che vende online si vedrebbe automaticamente esclusa (come può una piccola società canadese che vende maglioni su internet aprirsi una partita IVA italiana?). Senza contare la palese violazione del Diritto dell’Unione Europea. Una previsione di legge come quella presentata da Boccia, imponendo ai prestatori di servizio di essere stabiliti in Italia per potervi vendere i loro prodotti, andrebbe a ledere la libertà di stabilimento, una delle libertà fondamentali del mercato unico.

In seguito alle critiche, la proposta è stata modificata e non include più l’e-commerce, ma soltanto la vendita di spazi pubblicitari (attività da cui Google e Facebook ottengono la maggior parte di ricavi). Il problema di incompatibilità con il Diritto UE si ripropone però identico ed è probabile che la Commissione possa aprire una procedura di infrazione o che la Corte di Giustizia possa condannare l’Italia se qualcuno dovesse ricorrere. C’è poi un aspetto economico: conviene davvero questa legge? E’ improbabile che un quotidiano come il New York Times decida di aprire una partita IVA in Italia per vendere qui gli spazi pubblicitari del suo sito. Quindi le aziende italiane non potrebbero più, per legge, acquistarli.

Esiste una via di mezzo tra la proposta Boccia, che è ritenuta da molti illegittima e dannosa, e l’impossibilità di tassare i grandi del web? Come hanno già capito i francesi, la soluzione a un problema che travalica i confini nazionali così facilmente deve essere europea. La Commissione ha nominato un gruppo di esperti di alto livello proprio sul tema “tassare l’economia digitale”. Il gruppo si è riunito una prima volta il 13 dicembre scorso, quando, per ironia, si è iniziato a parlare della proposta di Boccia. La proposta italiana, intanto, farà discutere: ma così come formulata, ha chiarito Bruxelles, è contraria al Diritto UE.

In foto, logo Google alla sede di Dublino in Irlanda (© Carlos Luna – Flickr)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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2 comments

  1. Ma in questo momento, allo stato attuale delle cose, il primo gennaio cosa succederà?

    Google venderà pubblicita? I player esteri smetteranno di fatturare? E soprattutto chi rischierebbe problemi, google che fa fattura o le aziende che quelle fatture le registrano?

    Io non vendo spazi pubblicitari ma sviluppo siti web, quindi è un servizio e non dovrebbe rientrare, ma è sconcertante la pochezza e la superficialità con cui fanno regole che comunque non riguardano ne loro ne una materia che conoscono.

    Tanto se la ue multa l’italia con millemila miliardi di multa comunque la pagano i contribuenti italiani.

    Mi sembra una cosa da pazzi, ma non la legge, il sistema.

    • Caro Luca, allo stato attuale al primo gennaio non dovrebbe succedere nulla. Renzi ha criticato la web tax anche nella nuova formulazione proposta da Boccia, e alla fine la sua messa in atto è stata subordinata al previo parere positivo dell’UE, che per i motivi spiegati nel mio articolo, non sarà tale. In sostanza la tassa come era stata pensata non entrerà in vigore, vedremo se proporranno qualcosa di diverso o attenderanno la proposta del gruppo di esperti UE che dovrebbe esprimersi entro giugno.

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