mercoledì , 21 febbraio 2018
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Trasparenza delle imprese: una strada per uscire dalla crisi?

Sono in arrivo nuove norme nel campo del diritto societario europeo. La Commissione Europea ha infatti proposto una sostanziale modifica della normativa vigente in tema di contabilità delle imprese, al fine di migliorare la trasparenza all’interno del mercato unico. Tale iniziativa prevede l’obbligo per le grandi imprese (ovvero quelle con oltre 500 dipendenti) di rendere pubblici i dati non finanziari, ossia tutte quelle informazioni sulle politiche, sui rischi e sui risultati riguardanti le questioni ambientali e sociali e quelle legate al lavoro, al rispetto dei diritti umani, alla lotta contro la corruzione e alla diversità nei consigli di amministrazione.

Dal punto di vista operativo, le società interessate potranno dare attuazione alle norme in questione con un certo grado di flessibilità, dacché potranno decidere di seguire le linee guida migliori per le loro caratteristiche scegliendo tra quelle nazionali e quelle a disposizione a livello internazionale, quali UN Global Compact, ISO 26000 o il codice tedesco di sostenibilità.

L’obiettivo dichiarato è di contribuire allo sviluppo del mercato unico europeo attraverso la crescita sostenibile e la riduzione di quello che in questo momento lo stesso Presidente della BCE Mario Draghi non manca mai di definire come il problema più drammatico dell’Eurozona, ossia l’alto tasso di disoccupazione. Come conseguire questo obiettivo? Tramite tre punti cardine della proposta: l’aumento della quantità delle informazioni, della loro qualità ed un miglioramento della diversità all’interno dei vertici delle imprese sopra i 500 dipendenti.

Per quanto riguarda quest’ultimo punto, ovvero la trasparenza in materia di tutela della diversità nelle posizioni dirigenziali, le grandi società quotate dovranno pubblicare dati relativi all’età, al genere, alla provenienza geografica e alle esperienze formative e professionali. Le società sono dunque invogliate ad elaborare una politica della diversità e quelle che non l’avranno prevista dovranno motivare questa scelta.

Da dove nasce questa esigenza e perché la Commissione ha ritenuto non sufficiente suggerire alle imprese europee un adeguamento volontario a tali principi di pubblicità? L’attuale normativa sul tema prevede, seppur con un notevole grado di discrezionalità, l’obbligo di pubblicare i propri dati non finanziari. Tuttavia, come spesso accade a livello comunitario, la difformità di applicazione tra i vari Stati membri ha portato a risultati modesti: solo il 2.500 delle 42.000 grandi imprese dell’UE pubblica annualmente questo genere d’informazioni e spesso i dati sono incompleti e poco fruibili. Inoltre – come ben evidente in Italia – la composizione dei vertici delle grandi società risulta essere piuttosto omogenea, e ciò comporta minore dibattito e minor capacità di cogliere le sfide che il mercato globale prospetta spietatamente ogni giorno.

Nella giornata di martedì il commissario europeo per il Mercato interno e i servizi Michel Barnier ha spiegato bene la ratio del provvedimento:

“Oggi proponiamo un’importante normativa sulla trasparenza delle imprese in tutti i settori per fornire informazioni utili alle imprese, agli investitori e a tutta la società, come richiesto a gran voce dalla comunità degli investitori. Le imprese che già pubblicano informazioni sui risultati finanziari e non finanziari adottano una prospettiva di più lungo termine nei processi decisionali, sostengono minori costi di finanziamento, attraggono e mantengono personale di talento e, infine, hanno più successo.”

L’idea è appunto che le imprese che fornisco più dati sulla propria attività siano anche quelle più efficienti. Sul breve periodo infatti le misure proposte vogliono dare risposta alla crescente domanda degli investitori di informazioni accurate; sul lungo periodo possono attrarre un maggior numero di investitori incoraggiati dalla possibilità d’investire in imprese trasparenti ed attente alla sostenibilità.

L’altra faccia della medaglia della proposta di Barnier è rappresentata dai costi di adeguamento. In un periodo di crisi forse non è utile gravare ulteriormente sulle imprese europee. Va tuttavia ricordato che i nuovi provvedimenti si applicheranno a imprese con più di 500 dipendenti, che i costi variano appunto a seconda della grandezza e della complessità della compagnia stessa, e che i dati richiesti possono essere pubblicizzati anche in forma sintetica.

Quel che più rileva però è che l’obiezione deve essere ribaltata perché la trasparenza non è parte del problema, ma una delle soluzioni. Non è un caso che in questi anni di crisi economica dell’Eurozona le imprese trovatesi a soffrire a livello finanziario perlopiù erano le stesse che non brillavano per trasparenza. Più trasparenza significa infatti anche maggiore capacità di attrarre investitori e personale di talento.

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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