martedì , 14 agosto 2018
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Tutti i guai di Alitalia, parte 1: il cielo d’Europa

Nel 1971 decolla il primo aereo di SouthWest Airlines, inaugurando l’era delle compagnie low cost. La differenza sul prezzo del biglietto fu tale da mettere in difficoltà i vettori tradizionali, Pan American, Delta, American Airlines, ma l’effetto dirompente di SouthWest andò ben oltre gli Stati Uniti, ispirando le due principali low cost europee, l’inglese Easy Jet e l’irlandese Ryan Air.

L’idea rivoluzionaria non fu l’offerta di tariffe stracciate ma una specifica struttura dei costi che, se non replicata, potrebbe portare al fallimento qualunque compagnia decidesse di puntare solo sulla riduzione del prezzo. Il miglior esempio è il caso dell’italiana Wind Jet, creata dall’imprenditore catanese Pulvirenti e fallita nel 2012, dopo circa dieci anni di attività in cui furono offerte tariffe ridotte senza avere un modello di gestione adeguato: il risultato è che oggi il sito web della compagnia si apre su una sconsolante comunicazione del Tribunale di Catania, sezione fallimentare.

Cosa dunque rende competitiva una low cost? L’ottimizzazione dei consumi di carburante diminuendo il peso dell’aereo con supplemento per i bagagli imbarcati. Il servizio a bordo a pagamento e il personale di terra ridotto al minimo. Infine, le caratteristiche del biglietto: non rimborsabile né modificabile. Altre caratteristiche sono nascoste ai viaggiatori: al primo posto c’è la struttura del network di aeroporti serviti: le compagnie low cost volano point to point (da Londra a Torino, da Milano a Bruxelles), senza avere un hub centrale, mentre quelle tradizionali usano il modello hub to spoke, ovvero una base centrale molto sviluppata da cui operano voli internazionali e intercontinentali.

Conta anche il tipo di aeroporti, spesso piccoli e secondari, così da risparmiare sull’assegnazione degli slot o da ricevere un incentivo. La gestione del personale è organizzata per evitare il più possibile gli sleep over (i pernottamenti fuori dalla propria base). Infine, gli aerei: sono tutti uguali. Lo stesso modello replicato per l’intera flotta, che significa economie di scala rilevanti e sconti al momento dell’acquisto. I pezzi di ricambio sono gli stessi e possono essere acquistati in grandi quantità: la manutenzione è identica per tutti, i costi di gestione anche, i piloti possono passare da un aereo all’altro senza formazione aggiuntiva. La flotta di Ryan Air oggi è composta da 300 modelli identici di un unico fornitore: Boeing. La flotta Air France è composta da 254 aerei per 11 (undici!) modelli diversi di Boeing e di Airbus.

Con la liberalizzazione delle rotte i vettori tradizionali si sono dunque trovati molto esposti alla concorrenza del low cost: persi i tradizionali monopoli sulle rotte interne (un tempo appannaggio esclusivo delle compagnie di bandiera) si sono trovati costretti a riorganizzarsi e a tagliare dove necessario. Parte fondamentale della scommessa è stato il medio – lungo raggio. Tratte su cui non è possibile risparmiare utilizzando i principi del low cost: impossibile in un viaggio di 9 ore non offrire il servizio a bordo, ad esempio o non imbarcare il bagaglio su un volo per la Cina. In questo l’enorme espansione del mercato dei voli intercontinentali ha sicuramente aiutato.

La seconda parte della scommessa è stata il traffico business: la clientela d’affari che su alcune tratte è disposta a spendere di più pur di mantenere alcuni vantaggi, come la possibilità di cambiare biglietto anche all’ultimo e di usufruire dei programma fedeltà (una formula del tutto assente nel low cost). In quest’ottica hanno agito Air France, British Airways, Lufthansa. Alitalia, per molti motivi, non è riuscita né ha scelto di percorrere questa strada, ritrovandosi così oggi in condizioni molto difficili.

(Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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