mercoledì , 21 febbraio 2018
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Whistleblowing: tutelare gli informatori in Europa

Denunciare un illecito dovrebbe essere ritenuto un dovere civico, prima ancora che un diritto. Non sempre sembra essere così, anzi. La storia del fenomeno del whistleblowing racconta proprio questo: il whistleblower (“soffiatore nel fischietto”) è un lavoratore che, accorgendosi che qualcosa non va nel proprio ambiente di lavoro, decide di denunciare il fatto, correndo il rischio di possibili ritorsioni da parte di colleghi, ma soprattutto dei suoi superiori. Chi meglio di una persona interna all’azienda, pubblica o privata che sia, può segnalare abusi, frodi fiscali, operazioni finanziarie azzardate e soprattutto fatti di corruzione?

Il whistleblowing nasce negli anni Novanta come una best practice di poche aziende virtuose, ma solo recentemente è stato riconosciuto come un importante strumento giuridico per combattere fenomeni di malfunzionamento all’interno di istituzioni e imprese. I modelli da questo punto di vista sono gli Stati Uniti  e il Regno Unito, che prevedono delle leggi a tutela dei lavoratori che denunciano pratiche negative a cui assistono: questi Paesi infatti garantiscono l’anonimato delle denunce, la tutela contro possibili licenziamenti, spostamenti, fenomeni di mobbing ed infine una ricompensa nel caso in cui la denuncia porti effettivamente alla scoperta di reati.

La tutela del whistleblowing in Italia

In Europa però il fenomeno non è molto conosciuto, né diffuso, e solo negli ultimi anni si stanno facendo strada le prime leggi in merito. Secondo un rapporto di Transparency International, molti Stati europei non prevedono norme specifiche a tutela del fenomeno, altri prevedono delle misure poco garantiste. In Italia si è parlato per la prima volta di whistleblowing con l’emanazione della legge anticorruzione firmata dal Ministro Severino nel 2012: è stato introdotto un articolo che prevede nel settore pubblico l’obbligo di denuncia di pratiche abusive negli ambienti di lavoro all’autorità giudiziaria, Corte dei conti, diretto superiore e, dall’anno scorso, anche all’ANAC.

Tuttavia, sono molti i limiti di questa protezione: infatti, come scrive Giorgio Fraschini, legale esperto nelle pratiche del whistleblowing, la norma si applica solo al solo settore pubblico, non protegge con l’anonimato le denunce, perché il nome del rivelatore potrebbe essere anche reso pubblico nel caso questo sia necessario, non offre una ricompensa per chi denuncia e non prevede vere forme di tutela contro possibili ritorsioni da parte del datore di lavoro. Eppure qualche esempio virtuoso c’è: nelle istituzioni europee sono già previsti dei meccanismi interni di whistleblowing e lo stesso accade anche in Italia, per esempio nel comune di Milano o di recente nell’Agenzia delle Entrate.

La necessità di una disciplina europea

La vicenda di WikiLeaks è stato il caso internazionale più eclatante di whistleblowing ai massimi livelli, ma questo strumento è alla portata di tutti: è una questione di cultura, ancora prima di diritto, quella della responsabilizzazione dei cittadini onesti, i lavoratori in questo caso, perché non si lascino andare a comportamenti di omertà, ma si impegnino a segnalare eventuali abusi di cui sono spesso testimoni silenziosi. Ma il ruolo delle istituzioni è centrale, non bastano solo le buone intenzioni: ecco perché occorrerebbe una disciplina europea, un coordinamento tra tutti gli Stati sulla protezione da poter offrire a questi “informatori”, così preziosi per la costruzione di una società democratica e contro la corruzione.

La necessità di una direttiva europea è stata spesso segnalata e anche le organizzazioni internazionali come Transparency International, che hanno incitato gli Stati ad adottare delle leggi per incentivare e proteggere queste pratiche. L’obiettivo è prevedere delle piattaforme informatiche per permettere la raccolta di segnalazioni “protette” non solo nelle istituzioni pubbliche, ma anche e soprattutto nelle grandi multinazionali: questo avrebbe una ricaduta positiva anche sull’orientamento degli investitori internazionali e quindi in generale sull’economia.

Considerato quanto la corruzione costi al PIL di ogni Stato (in Italia determina la mancata crescita del PIL pari all’0,8% l’anno), si capisce l’importanza di parlare di questa e altre tecniche di prevenzione del malcostume. Il whistleblowing è un’ulteriore occasione offerta dal mondo del web per la costruzione di una società più libera e democratica: perché non sfruttarla?

L' Autore - Elisabetta Sartor

Studentessa all’ultimo anno di giurisprudenza all’Università di Udine. Vorrei raccontare l’impegno europeo per una maggiore tutela dei diritti, soprattutto degli ultimi. Scrivere mi dona felicità, è un modo per conoscere se stessi e la realtà multiforme e imprevedibile che ci circonda.

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