giovedì , 21 settembre 2017
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Alexis Tsipras, primo ministro greco © GUE/NGL

Grecia, economia ancora in rosso: via a negoziati su nuovi aiuti

C’è un lebbroso nella scena pubblica europea: la Grecia. Per anni è stata al centro dell’attenzione internazionale: nel culmine della crisi finanziaria ed economica, Atene era letteralmente invasa da esperti e giornalisti economici di peso, oltre che dalle antenne paraboliche dei grandi network televisivi.

Poi, dopo la “telenovela” dell’estate 2015 (ancora si ricorda l’impasse drammatica tra il governo Tsipras e la Bce, che portò al “prosciugamento” dei bancomat e alle dimissioni di Varoufakis), una cortina di silenzio è scesa sul Paese. Un silenzio tanto più strano quanto più la crisi politica dell’Unione Europea – dopo la Brexit e le vittorie nazionaliste in Polonia e Ungheria – si andava approfondendo.

Conti pubblici ancora in rosso

Partiamo dai dati, per quanto asettici. La Grecia, nonostante gli haircut (sforbiciate al debito) e i piani di aiuto internazionali, continua ad avere un debito-monstre pari al 180% del Pil: una conclusione amara che era stata peraltro pronosticata da moltissimi osservatori. Il paese ellenico ha impiegato gli ultimi sette anni ad assemblare “sanguinose” politiche di austerità che, tuttavia, non hanno sortito alcun effetto concreto per quanto concerne la riduzione del debito pubblico.

Del resto, dando un’occhiata agli altri dati macroeconomici, si capisce anche il perché: il tasso ufficiale di disoccupazione è ormai fermo da anni al 24%, un dato che addirittura viene descritto come ottimistico, data la marea di persone inattive che nemmeno cercano più un’occupazione; la disoccupazione giovanile tocca il 50%; circa un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Le pensioni, pur essendo state sforbiciate volte molte negli ultimi anni, rimangono ormai l’unica àncora di salvezza per molte famiglie allo stremo.

Un ritratto dell’orrore che fa da contraltare all’incredibile ottimismo esibito ancora una volta dalla Commissione Europea, la quale pronostica per il 2017 una crescita del 2,7%. Una quota che appare davvero poco raggiungibile, se si pensa che il Paese è cresciuto di appena lo 0,3% nel 2016 (dopo ben 6 anni di recessione tecnica) e che la crescita nel quarto trimestre dell’anno scorso è stata negativa (-0,4%).

Aiuti alla Grecia, riprese le trattative

È in questo clima che il 20 febbraio sono iniziate le trattative tra la Grecia e il “pool” di istituzioni internazionali (Fmi, Ecofin e Commissione) che rappresentano i creditori. Il primo ministro greco Tsipras, dopo due anni di impopolarità crescente a causa della sua “resa” alla Troika, ha promesso che stavolta non accetterà altri sacrifici, né sotto forma di tagli alla spesa pubblica né sotto forma di aumenti di tasse. Tuttavia, i creditori richiedono ancora una volta ai greci di tirare la cinghia, ai fini di finanziare una nuova tranche di aiuti del maxi-piano di “salvataggio” da 86 miliardi di euro siglato nell’agosto 2015.

La disperazione è tale da far considerare anche le opzioni più impensabili. Ted Malloch, ambasciatore all’Unione Europea designato da Trump (ma ora forse scartato), ha rivelato in un’intervista che diversi economisti greci si sono recati negli Stati Uniti al fine di discutere di una prossima “dollarizzazione” del Paese. L’idea, che ora comincia a frullare nella testa di molti (considerata la propensione poco europeista di Trump), è quella di lasciare improvvisamente la zona euro e adottare il dollaro come valuta ufficiale. Un’ipotesi fantasiosa? Forse sì, ma nemmeno tanto.

Nelle strade di Atene e di Salonicco, ormai, l’Unione Europea è vista solo come un equivalente di fame e incapacità, tanto che Alba Dorata – il partito nazionalista in cui militano anche molte teste rasate – sta sfondando per la prima volta la quota psicologica del 10% nei sondaggi. Quasi nessuno crede più che dall’Europa possa arrivare una soluzione e, in un Paese dove i chirurghi guadagnano 980 euro al mese e le fila alla Caritas si allungano di giorno in giorno, molti si chiedono se sette anni di sacrifici inutili non siano abbastanza. Uno scenario che, nemmeno alla lontana, ricorda anche la nostra Italia.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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