domenica , 18 febbraio 2018
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2015, l’anno del dollaro

di Matteo Segre

L’analisi dei mercati finanziari delle valute e i tassi di cambio che in essi si instaurano è spesso utilizzata per comprendere non solo l’attuale bilancia dei rapporti commerciali tra Stati e gli effetti creati dalle politiche monetarie delle autorità nazionali sull’offerta di moneta, ma anche le aspettative degli investitori riguardanti i futuri andamenti di questi fattori.

A partire dalla metà dell’anno appena trascorso sui mercati valutari si è sviluppata una chiara coppia di trend che sarà fondamentale continuare ad osservare nei prossimi mesi per via delle realtà macroeconomiche che essa riassume. Protagonista di entrambi i trend è il dollaro statunitense, che da maggio 2014 non solo si è rafforzato del 13% nei confronti dell’euro, con un cambio di 1,18 euro/dollaro che non veniva raggiunto dal marzo 2006, ma nello stesso periodo ha anche ottenuto un 15% di guadagno in relazione a un indice di monete di paesi sviluppati e in via di sviluppo (chiamato comunemente US Dollar Index).

Il mercato valutario sembra suggerirci che, a sette anni dalla crisi, l’assetto macroeconomico globale si stia dirigendo verso una marcata polarizzazione. L’economia degli Stati Uniti sta recuperando il suo vigore e le loro autorità monetarie, dopo avere terminato ad ottobre il programma di quantitative easing (QE), si preparano ad alzare i tassi d’interesse federali dopo anni in cui sono stati tenuti prossimi allo zero. Insomma, nel 2015 il paese potrebbe confermare un proprio definitivo rientro alla normalità.

Sulle sponde opposte di entrambi gli oceani regna invece l’incertezza. Nell’Unione Europea l’economia sta scivolando verso la stagnazione e i rischi politici legati alla Grecia tornano a pesare sul futuro dell’eurozona. Non contribuisce a riportare sicurezza la forte possibilità che la Banca Centrale Europea, nel tentativo di evitare un aggravarsi della situazione, dia prossimamente avvio a un proprio programma di QE, dal momento che nel 2014 in Giappone una simile manovra non ha evitato che l’economia domestica registrasse una grave recessione.

Allo stesso tempo i principali mercati emergenti non brillano più come un tempo e si ampliano le differenze tra i loro percorsi di crescita, considerati fino a pochi anni fa come un unico blocco. La Russia quest’anno potrebbe entrare in piena recessione, richiamando gli spettri della crisi del 1998. L’economia del Brasile nel 2014 ha accusato una dura battuta d’arresto, in parte causata da un modello di crescita eccessivamente dirigista e non competitivo. La Cina risente sia del rallentamento globale dell’economia sia del cambio di modello di sviluppo interno voluto dalle autorità nazionali, aumentando le preoccupazioni riguardanti il livello di indebitamento delle sue aziende e la stabilità del sistema finanziario domestico. Il valore in dollari delle valute di questi Paesi ha tracciato chiaramente, anche se con significative differenze, questa crescente polarizzazione: da inizio 2014 il dollaro ha guadagnato il 14% sullo yen giapponese, 70% sul rublo russo, il 12% sul real brasiliano e il 3% sullo yuan cinese.

Se questo panorama di incertezza globale riguardante stabilità economica e rischi politici dovesse, come è assai probabile che accada, rafforzare l’idea degli Stati Uniti come unico mercato sicuro tra gli investitori internazionali, potremmo assistere ad un ulteriore rafforzamento del dollaro nei confronti della maggior parte delle altre valute, in particolare l’euro, per il quale alcuni analisti si sono spinti a predire un tasso di cambio record di 1,10 euro/dollaro entro la fine del 2015.

E’ bene ripetere però che l’elezione del greenback come moneta dell’anno riassumerebbe una divergenza macroeconomica nel medio termine negativa per gli Stati Uniti stessi, dal momento che un marcato rallentamento della crescita nel resto del globo si rifletterebbe inevitabilmente sulle imprese americane. In tale caso non sarebbere da escludere un nuovo round di QE da parte della Federal Reserve, con conseguenti implicazioni sui mercati valutari e finanziari.

Nei prossimi mesi, dunque, l’analisi del valore della valuta statunitense potrà fungere da primo indicatore riguardo alla direzione, o alle diverse direzioni, intraprese dalle principali economie del pianeta e alle aspettative nutrite dagli investitori nei loro confronti.

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