lunedì , 19 febbraio 2018
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Il ministro delle Finanze Pietro Carlo Padoan e il vice-presidente della Commissione Jyrki Katainen © European Commission

Banche, il caos italiano e nuove regole europee

Nelle ultime settimane, con il decreto salva-banche e la successiva perdita dei risparmi da parte di azionisti e obbligazionisti subordinati delle quattro banche italiane in fase di ristrutturazione (Banca Marche, Banca Etruria, Cassa Ferrara e CariChieti), lo spauracchio del bail-in è entrato a capofitto nel dibattito pubblico italiano.

Gli istituti di credito in questione sono stati riorganizzati conferendo gli attivi nelle cosiddette “good bank”, che riceveranno anche tutti i depositi dei correntisti. I crediti in sofferenza sono invece stati trasferiti alle relative “bad bank”, che hanno dovuto coprire le perdite dovute ai mancati incassi, spalmandole sugli investitori che avevano investito negli strumenti finanziari più rischiosi. Parte dei fondi per il salvataggio sono stati erogati dal Fondo italiano di risoluzione che ha impiegato 3,6 miliardi di euro nell’operazione (circa 1,75 miliardi per ripianare le perdite e 1,85 per ricapitalizzare i nuovi istituti). Tali risorse sono anticipate da un pool di istituti di credito italiani (Intesa Sanpaolo, Unicredit e Ubi Banca) che hanno attivato linee di credito a 18 mesi per il Fondo.

Bail-in, cosa cambia per le banche europee

Gli investitori europei dovranno abituarsi a operazioni così complesse. Dal 1 gennaio del 2016 il sistema di “bail-in diverrà obbligatorio in tutta la UE come meccanismo per gestire una crisi bancaria. Sarà vietato per gli Stati nazionali usare fondi pubblici per salvare una banca nel caso in cui sia prossima al fallimento. Il “salvataggio esterno”, utilizzando risorse statali, è infatti inquadrabile sotto il principio del “bail-out”. Una tipologia di intervento che dal 2008 in poi ha gravato notevolmente sul debito pubblico dei Paesi europei, contribuendo ad innescare la crisi del debito sovrano.

Con il bail-in, al contrario, si cercherà di evitare l’azzardo morale della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite. Nel caso in cui si siano esaurite tutte le carte disponibili, dagli aumenti di capitale all’emissione di nuove obbligazioni, i costi del salvataggio saranno pagati in ordine da azionisti, da obbligazionisti subordinati e infine dagli obbligazionisti normali. Nei casi più gravi potrebbero subire le perdite anche i correntisti che hanno fondi superiori ai 100.000 euro in una determinata banca. Se anche in quel caso i fondi non dovessero bastare, interverrà il Fondo Unico di Risoluzione.

Il bail-in è solo uno dei due pilastri della cosiddetta “Unione Bancaria”. Dal novembre del 2014 è stata costituita la vigilanza unica europea sulle banche sistemiche del’eurozona ed il compito è stato affidato alla Banca Centrale Europea. La vigilanza cercherà di prevenire i cosiddetti “bank run” (la corsa agli sportelli) dovuti al panico degli investitori di perdere tutti i propri investimenti in caso di crisi bancaria. Ma nel caso in cui la situazione divenga troppo grave, le crisi bancarie dovranno essere gestite in 32 ore per evitare l’effetto contagio. Ed è qui che entra in gioco il Fondo di Risoluzione europeo. Per i bail-in sotto i 5 miliardi di euro deciderà il comitato esecutivo del fondo. Per cifre superiori si riunirà la Plenaria, costituita dai rappresentati degli Stati. Attivato il bail-in, i correntisti sotto i 100.000 euro dovranno essere rimborsati entro 15 giorni lavorativi.

La querelle Roma-Bruxelles sul fondo umanitario

Il Fondo Unico di Risoluzione non potrà essere finanziato con soldi pubblici, ma saranno le stesse banche a contribuire annualmente con delle quote fissate dalla BCE. Il Fondo diverrà pienamente operativo tra il 2024 e il 2028 e fino a quella data opereranno in parallelo i fondi nazionali con quello europeo. Dal 1 gennaio 2016 saranno messi in comune il 40% dei fondi nazionali, dal 2017 il 60% e la quota aumenterà via via del 6,7% all’anno.

Nel frattempo, il principio del divieto di utilizzo di fondi pubblici non è divenuto ostacolo per l’Italia per varare un fondo “umanitario” da 100 milioni che rimborserà parte delle perdite degli investitori. La Commissione Europea, ed in primis il Commissario Europeo per la stabilità finanziaria, i servizi finanziari e il mercato unico dei capitali Jonathan Hill, stanno valutando la vicenda approfonditamente. Secondo Hill sarebbe centrale il tema della protezione dei consumatori, che sarebbero stati truffati dalle stesse banche con prodotti finanziari complessi e rischiosi. Ciò che è sottinteso è che le autorità di vigilanza nazionali non abbiano fatto il proprio dovere al cento per cento. Intanto Bankitalia e Consob alzano gli scudi, affermando di aver fatto tutto il possibile per evitare il fallimento delle banche.

L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

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