martedì , 14 agosto 2018
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Banche, investimenti diretti e agenzie di rating: la Cina sbarca in Europa

tratto dal mensile n. 2 – Maggio 2013 di Europae: “ULISSE E ZHENG HE: UNIONE EUROPEA E CINA SULLA ROTTA DEL MONDO NUOVO 

La Repubblica Popolare Cinese, nata il 1 ottobre 1949, ha compiuto una delle sue prime incisive riforme nazionalizzando l’intero sistema bancario e accentrandolo nella Banca Popolare Cinese (BPC), l’istituto centrale della Cina fondato già nel 1948. Per trent’anni, la BPC è stata l’unica banca operante all’interno del territorio cinese e ha svolto sia le funzioni della banca centrale, ovve- ro di controllo della politica monetaria, sia il ruolo di banca commerciale, erogando prestiti a cittadini e imprese.

Con la morte di Mao Tse-tung e l’inizio delle riforme economiche di Deng Xiaoping, i vertici cinesi intuirono che per alimentare una crescita economica sostenibile la Cina avrebbe dovuto dotarsi di un sistema bancario più snello e meno accentrato. Per questo motivo nel 1980 la Banca Centrale Cinese venne privata delle funzioni commerciali e furono separate dall’istituto centrale le cosiddette Big Four: la Bank of China, la China Construction Bank, la Industrial and Commercial Bank of China e la Agricultural Bank of China. Uno degli obiettivi di questa decisione era innanzitutto quello di frenare la spirale inflazionistica causata da un settore bancario che immetteva moneta in ogni settore dell’economia senza alcuna intermediazione. Nonostante la riforma, a causa dell’alta crescita e dell’enorme dinamicità economica, alla fine degli anni ‘80 e alla metà degli anni ‘90 il tasso di inflazione si avvicinava pericolosamente al 30% annuo.

Lungi dall’occuparsi solamente del controllo dell’inflazione, il sistema bancario ha svolto un importante ruolo di sostegno agli attori economici cinesi. Alle Big Four è stato infatti assegnato il compito di sviluppare le imprese cinesi, aiutarle ad internazionalizzarsi e di investire sui mercati internazionali. La strategia cinese è ben chiara: gli investimenti devono rispondere a precisi indici di profittabilità e contemporanea- mente devono essere strategici, in settori dell’e- conomia come infrastrutture, telecomunicazioni, energia ed industria. In Africa e in Sud America le campagne di Merger and Acquisition sono già a livelli molto avanzati e le banche cinesi sono già ad un buon livello di innesto nei gangli chiave dell’economia. Nel Vecchio Continente, invece, la strategia cinese degli investimenti è appena all’inizio. Fino al biennio 2005-2006 in Europa l’elevato prezzo delle quote azionarie e le politiche pubbliche fortemente basate sulla golden share (partecipazioni statali in settori strategici) hanno permesso una certa immunità dalla penetrazione cinese nei settori vitali.

Il punto di svolta si è verificato nel 2006 con la quotazione nella borsa di Hong Kong della Bank of China, che ha raccolto complessivamente 11,2 miliardi di dollari. Il 75% è rimasto sotto il controllo del governo cinese, mentre un 10% è stato acquistato dalla Royal Bank of Scotland e dalla svizzera Ubs. L’anno successivo, nel 2007, la banca ha acquisito un pacchetto azionario pari al 20% della francese “Compagnie Financière Edmond de Rothschild Banque”, una società che ha consentito all’istituto finanziario cinese di accedere ai mercati mobiliari ed immobiliari francesi ed europei.

La crisi finanziaria globale (2008-2009) e la successiva crisi dei debiti sovrani (dal 2010 ad oggi) hanno aperto la porta ad investimenti ben più massicci da parte del sistema finanziario cinese. L’endemica carenza di capitali da parte dei governi dell’Europa meridionale ha talvolta trasformato le vecchie diffidenze, miste a velate ostilità, in richieste palesi di soccorso. Celebre il vertice sino-greco del giugno 2010, durante il quale sono stati firmati innumerevoli accordi commerciali. Uno dei più emblematici è stato il contratto tra il governo di Atene e la China Ocean Shipping Company (compagnia mercantile e finanziaria partecipata dal governo cinese) che assegna a quest’ultima il controllo per 35 anni del Porto del Pireo per la cifra di 3,3 miliardi di euro. Un piatto ricco per la Grecia, che ha ottenuto anche un programma di rilancio da mezzo miliardo di euro che ne triplica il volume di carico e scarico.

L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

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