giovedì , 16 agosto 2018
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I ministri Padoan e Schaüble @ EU Council Eurozone Flickr 2016

Banche, l’Italia e il colpo di mano con l’Ue

Pronosticata dai più dopo il voto sulla Brexit, una nuova crisi finanziaria sembra delinearsi sui mercati europei. In cerca del ventre debole e vulnerabile dell’Europa post Brexit, gli investitori l’hanno trovato in alcune banche italianeNon una novità, dopo che già negli scorsi mesi il comparto era già stato oggetto di vendite massicce, con i mercati spaventati dall’ingente quantità di crediti deteriorati, il 20% dei prestiti erogati, ancora in pancia agli istituti di credito tricolori.

La situazione delle banche italiane

Il quadro di rischio è ormai chiaro da mesi: alle banche italiane si chiede di ridurre i non performing loans ancora iscritti a bilancio o di avviare aumenti di capitale per quegli istituti, da ultimo Banca Carige, che risultano sottocapitalizzati secondo gli standard di sicurezza a livello europeo. A fine luglio sono infine previsti gli stress test dell’EBA, l’Autorità Bancaria Europea, che in Italia riguarderanno i 5 istituti maggiori e riconfermeranno quanto già noto soprattutto a casa Montepaschi, in disperato bisogno di capitale fresco per parare il colpo della dismissione di crediti deteriorati ad un prezzo ben inferiore a quello di iscrizione a bilancio. Parzialmente, quantomeno temporaneamente, risolto il nodo Veneto Banca, il cui aumento di capitale è stato coperto per la quasi integrità dal neo costituito fondo Atlante.

Le critiche al bail in

Proprio Atlante è stato il primo tassello di una strategia che ha origine dalle scottature patite dal governo in autunno, nel corso del fallimento di quattro piccoli istituti di credito tra cui Banca Etruria. All’epoca una ricapitalizzazione preventiva ad opera del fondo interbancario di garanzia era stata rigettata dalla Commissione in quanto forma inappropriata di aiuto di Stato. Fu il debutto del bail in o, meglio, del principio di burden sharing che prevede il coinvolgimento degli investitori nelle perdite secondo una gerarchia che fornisce il massimo grado di tutela ai titolari di depositi. Una fonte di instabilità finanziaria, secondo Banca d’Italia, qualora ulteriori fallimenti dovessero tornare ad azzerare i risparmi dei cittadini. Un rischio che un governo ormai focalizzato sulla battaglia referendaria di ottobre non può permettersi di correre.

Garanzie e ricapitalizzazioni, il colpo di mano di Renzi

Il quadro post Brexit ha offerto l’occasione perfetta al governo Renzi per affidarsi alle pieghe della stessa BRRD e aprire un varco di speranza per gli istituti italiani. L’ormai famigerato articolo 32, paragrafo d, della stessa afferma che una garanzia pubblica su nuove emissioni di debito, o iniezioni di capitali necessarie a rispettare i requisiti minimi di capitale sono ammesse dalla disciplina sugli aiuti di Stato solo qualora possano evitare “una perturbazione sui mercati finanziari o lo svilupparsi di un rischio sistemico”. Il rischio di affrontare una crisi bancaria a pochi giorni dal Leave britannico deve aver allargato il metro di giudizio della DG Concorrenza che ha dato subito via libera a 150 miliardi di garanzie pubbliche su nuove emissioni di debito, aprendo a negoziati su possibili ricapitalizzazioni preventive, come quella da 4 miliardi che dovrebbe riguardare Banca Montepaschi.

La sfida alle nuove regole europee

In un contesto meno critico, molti degli istituti italiani che potrebbero beneficiare degli aiuti avrebbero attivato un fallimento ordinato secondo i dettami della BRRD. La (presunta) eccezionalità del momento fa invece compiere un deciso passo indietro nel cammino dell’Unione bancaria. Sebbene da Roma ne chiedano a gran voce il completamento con l’istituzione del fondo europeo di garanzia dei depositi, è evidente che l’intervento pubblico impedisce di spezzare a pieno il legame vizioso che interviene tra le finanze pubbliche e le sofferenze del sistema bancario.

Il mancato ricorso agli strumenti di risoluzione impedisce una corretta redistribuzione delle perdite in proporzione al rischio sottoscritto. Tra questi strumenti, il bail in – ossia la cancellazione dei crediti detenuti per almeno l’8% delle perdite – interviene solo al termine di un processo che esplora altre forme di coinvolgimento di capitali privati quali aumenti di capitale, creazione di bad bank per la cessione degli asset deteriorati o la conversione di bond in titoli di capitale.

L’Italia, giunta in ritardo nell’implementazione della direttiva europea e incapace di spiegare ai risparmiatori significati e conseguenze delle nuove regole, sceglie invece di ricorrere al porto sicuro dello Stato garante, nella speranza di non sacrificare i margini di flessibilità sul deficit raggiunti con tanta fatica negoziale e ora a rischio di venire colmati da quei salvataggi bancari che tanto hanno influito anche sull’emergere dei movimenti populisti ed euroscettici.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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