lunedì , 19 febbraio 2018
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Chi ha paura dell’euro forte ?

Se la forza di una moneta rispecchiasse fedelmente lo stato di salute di un’economia e l’attrattiva che essa genera negli investitori mondiali, l’Europa avrebbe molte ragioni per gioire. Ma lo spazio per illudersi non c’è: malgrado la buona riuscita dei programmi di risanamento fiscale e il ripristino della fiducia del capitale privato nelle economia dell’Europa mediterranea, una disoccupazione prossima a sforare il 10% ed un debito pubblico che nella media dell’area euro vale per il 90% del PIL difficilmente lasciano spazi per una ripresa solida e sostenuta. A dirlo è Olli Rehn, Commissario europeo all’economia, chiamato alla conferenza stampa dell’Eurogruppo a preannunciare la prossima presentazione (prevista per il 22 febbraio) del bollettino economico riferito all’ultimo trimestre 2012 rilasciato dalla Commissione Europea. Improbabile rivedere quindi al rialzo le stime del Winter forecast, ossia un calo del Pil per l’area euro dello 0,3% del 2012 ed una crescita stantia dello 0,4% per il 2013.

L’euro, tuttavia, nell’ultimo semestre si è apprezzato su base effettiva del 5%, addirittura del 2,5% dal mese di dicembre. Per quale ragione? Al primo Eurogruppo tenuto sotto la direzione di Jeroen Dijsselbloem (in foto) l’argomento è rimasto chiuso fra le mura della riunione e l’occasione si è trasformata in un cordiale e poco movimentato benvenuto all’avvento del ministro delle finanze olandese nel ruolo di presidente sinora tenuto da Jean Claude Juncker. Un breve confronto che ha fatto il punto della situazione sul progresso del programma di riforme della Grecia, in attesa di una tranche da 2,8 miliardi dalla troika. Si è anche discusso di come il sistema bancario nazionale possa intervenire a sostegno del programma di salvataggio di Cipro e della direzione dell’ESM per il risanamento degli istituti bancari. Ma prima di impegnare battaglia sul rafforzamento dell’euro, come il più diligente dei mediani il consesso che riunisce i ministri delle finanze dei diciassette paesi della zona euro si è presto disimpegnato, scaricando una palla carica di effetto al G20 che si terrà il 15 e 16 febbraio prossimi a Mosca.

La Francia vuole un euro più debole

Il calcio d’inizio lo aveva dato François Hollande in occasione del suo intervento alla plenaria del Parlamento Europeo a Strasburgo, dichiarando che una «moneta forte danneggia la ripresa dell’economia europea». Di sicuro a patire è l’economia francese, e il nervosismo di Parigi è evidente: Pierre Moscovici, ministro delle finanze, non ha forzato la mano in occasione di Eurogruppo ed Ecofin ma ha tenuto a ricordare che solo mercati efficienti riflettono correttamente i valori delle valute nazionali. Certo, l’export francese non eccelle: dopo il tonfo del 2009 (-12,1%, dati Commissione Europea) la Francia tornò già dal 2011 sopra i massimi toccati nel 2008 ma si prevede che i volumi 2012 siano superiori di poco più del 9% rispetto a quelli di quattro anni prima (+2,6% su base annuale). E le prospettive per il 2013-14 vedono una crescita solo modesta del 2,1% e 4,2%, dato comparabile con quello di un’Italia alle prese con i noti problemi di bilancio. Se si guarda alla Germania, pur protagonista di una traiettoria simile, il conteggio sul quadriennio 2008-2012 segna un aumento del 14,9%. Fatto il paio con un divario di crescita annuale pari a circa 0,8 punti di Pil da qui al 2014 a favore della Germania – che dovrebbe pure vedere crescere il suo export del 3,9% nel 2012, del 4,2% nel 2013 e del 6,6% nel 2014 – le tensioni francesi sono almeno comprensibili.

La Germania, al netto del mantra antinflazionista, parla con la sicurezza di poter sciogliere i vincoli di un euro scambiato a più di 1,34 dollari incrementando il proprio livello di competitività: riforme interne, austerità finanziaria ed aumenti di produttività, soluzioni che hanno sinora permesso di contenere la crescita del costo per unità di lavoro. Tutto ciò che la Francia non ha fatto e dovrebbe fare per frenare una disoccupazione prossima al 10,7%, un debito in crescita oltre il 90% di un Pil sorretto per più del 53% da spesa pubblica e una domanda interna che nel 2012 e 2013 crescerà solo dello 0,4% e 0,2% contro lo 0,6% e 1,1% della Germania. Due modelli opposti riflessi, ad esempio, nel mercato dell’auto: in un 2012 disastroso, Volkswagen ha perso tra gennaio e ottobre solo l’1% rispetto all’identico periodo 2011, mentre PSA (Peugeot – Citroen) il 12%, trovandosi ora ad incassare 7 miliardi di garanzie statali – approvati lunedì dalla Commissione Europea a condizione che il gruppo venga ristrutturato – per far ripartire le vendite tramite credito agevolato.

Le politiche monetarie di Stati Uniti e Giappone e il rischio di una “guerra valutaria”

Se Wolfgang Schauble, ministro del Tesoro tedesco, e Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, non avessero anticipato qualsiasi mossa ammonendo ogni appello a politiche monetarie lesive dell’indipendenza delle banche centrali, quella che Carlo DeBenedetti ha chiamato «guerra atomica per la competitività» – per altri, guerra valutaria – sarebbe allora un caso di scuola di economia monetaria in un quadro generale di politiche, con un eufemismo, “rilassate” da parte delle maggiori economie mondiali. Un’economia americana inondata di dollari grazie al sostegno ad oltranza garantito dalla Federal Reserve (Fed) e le palesi pressioni del premier Shinzo Abe sulla Bank of Japan (Boj) per un’ulteriore espansione di credito, certo non garantiscono all’euro un’accogliente atmosfera internazionale.

Il G20 sarà certo l’occasione perfetta per impostare a livello internazionale un framework di collaborazione tra banche centrali e governi: le mosse di Fed e BoJ hanno entrambe una forte connotazione politica, concedendo ai rispettivi leader nazionali di operare in un quadro macroeconomico di fatto drogato – si pensi all’assenza di iperinflazione in Giappone o ai bassissimi tassi sui Treasury bonds decennali – e non possono indurre i leader europei a cadere nella tentazione di una facile svalutazione. Per due ragioni. Primo, il gioco al ribasso è un campo di gioco assai gradito agli omologhi internazionali della BCE e  un aggiustamento del tasso di cambio presuppone appunto una forte coesione politica, da escludersi visto il recente esito delle trattative sul bilancio 2014-2020. Secondo, non si può ignorare il richiamo all’incremento della competitività interna che viene dalla Germania: l’accento su austerity e sacrificio non può trovare orecchi favorevoli nei paesi mediterranei – i più danneggiati da un euro forte, afferma Olli Rehn a margine dell’Ecofin – ma la dimensione mondiale su cui si gioca lo scontro fra valute impone un’accelerazione dell’unione economica e fiscale, che porti a convergere le performance dei vari sistemi economici nazionali per consolidare alle spalle dell’euro un attore economico consapevole delle proprie potenzialità economiche e commerciali.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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