domenica , 18 febbraio 2018
18comix

Debito pubblico, l’equilibrio europeo e il “rischio Italia”

Un condominio infelice. E se l’Europa alla fine fosse questo? Dismessi i grandi ideali dei fondatori, messo da parte l’entusiasmo iniziale derivato dalla moneta unica, l’edificio europeo appare sempre più come uno di quei condomini in cui un po’ tutti si lamentano sia dei vicini che dell’amministratore, ma nessuno vuole realmente andarsene perché cercare una nuova casa sarebbe troppo oneroso.

Il voto ha consegnato, per dirla con Pierluigi Bersani, una serie di “non-vittorie”: gli euroscettici e gli euro critici hanno fatto registrare un’avanzata consistente e inusitata nei Paesi nordici (si pensi anche al buon risultato di Afd in Germania), ma si erano create aspettative tali che i risultati reali hanno un po’ ridimensionato il trionfo. L’astensionismo ha vinto come sempre – specie nell’Est Europa – ma non è arrivato a livelli tali da inficiare la credibilità delle istituzioni, seppur sia necessario ricordare che se, ad esempio, in Francia vota solo un 40% degli aventi diritto è un grave problema dell’Unione. Infine, i partiti governativi e filo-austerity sono andati generalmente male, con la pesante eccezione di Renzi che, come noto, ha ottenuto la percentuale di partito più alta di tutto il continente.

L’Italia ancora una volta è stato un caso molto peculiare: l’affluenza, seppur in calo, è stata alta e gli elettori hanno premiato il partito governativo, dando fiducia al tentativo di Renzi di riformare le istituzioni europee in un senso più favorevole alle economie periferiche. Un risultato a prima vista rassicurante. Nel contempo, però, hanno penalizzato – ma tenendolo comunque come seconda forza – il Movimento 5 Stelle e soprattutto hanno dato una forte ed inaspettata spinta all’ “euroscetticissimo” di Matteo Salvini, che ha impostato tutta la campagna contro l’euro, e hanno tributato un buon 4% alla lista Tsipras.

La tentazione di dire che “tutto va bene” è molto presente in questi giorni: il risultato delle elezioni europee in generale – e in particolare quello italiano – sembra confermare indirettamente le tesi secondo cui l’Europa stia uscendo dalla crisi. C’è più di un motivo per ritenere che questi profeti di ottimismo siano attanagliati da una sindrome di “wishful thinking”. Il voto italiano, a leggerlo bene, riflette incertezza perché incerto è il futuro che attende la seconda economia manifatturiera del continente.

L’Italia è l’unica grande nazione europea che ottiene sistematicamente, ormai da più di 15 anni, un avanzo di bilancio al netto della spesa per gli interessi sul debito: questo significa che, in assenza del debito-monstre accumulato negli anni Settanta e Ottanta, su cui si pagano sostanziosi interessi, il Belpaese sarebbe un esempio di virtuosità dei conti pubblici migliore della Germania stessa.

Se la prossima Commissione, che probabilmente sarà espressione di una grande coalizione tra PSE e PPE, dovesse usare il bastone contro l’Italia, mostrandosi determinata a pretendere una riduzione cospicua del debito pubblico senza tenere conto dei sacrifici già fatti negli ultimi anni e ignorando le richieste riformatrici di Renzi, allora tutta la rinnovata “pax europea” salterebbe. In questo senso, le ultime dichiarazioni della Commissione uscente non sono rassicuranti: si continua a parlare di ulteriori sacrifici per Roma, senza indicare una via per la crescita, che è il vero problema dell’Italia, della Francia e degli altri Paesi in difficoltà. E’ evidente, infatti, che una crescita dello “zero virgola” in un contesto di bassa inflazione sia pacificamente inutile allo scopo di abbattere il rapporto Debito/PIL.

Se la religione della cieca austerità dovesse fare proseliti anche nella prossima Commissione, magari sobriamente edulcorata dalla presenza di qualche Commissario italiano in posti chiave, il problema del debito italiano diventerebbe presto ingestibile e nel rissoso condominio europeo ci si farebbe male a vicenda a causa di una rigidità contabile sempre più estranea alla logica dei cittadini europei.

In foto, Manuel Barroso e Matteo Renzi a Firenze lo scorso 9 maggio (© Palazzo Chigi – Flickr 2014)

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

Check Also

Criptomania: ascesa e declino dei Bitcoin? 

“All’angolo ci sono un co-working e un hacking space, lì puoi prendere da bere, ma …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *