domenica , 18 febbraio 2018
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Da sinistra Jean Claude Juncker, Matteo Renzi e Herman Van Rompuy © Council of the European Union 2014

Legge di stabilità, c’è l’accordo tra Italia e Commissione

Ha giocato a spalle coperte, Matteo Renzi, pochi giorni fa all’apertura del Consiglio Europeo, rispondendo spavaldamente a chi gli chiedeva dove, e come, avrebbe trovato risorse aggiuntive adattare la legge di stabilità alle osservazioni della Commissione. I due miliardi da trovare “l’indomani” erano di fatto già opzionati in quel tesoretto che Pier Carlo Padoan si era ricavato all’interno della manovra da 36 miliardi ed è a quei fondi che l’Italia attingerà per rafforzare il proprio impegno in termini di aggiustamento strutturale del deficit.

L’impianto originale della finanziaria, oltre a certificare la proroga al 2017 per il raggiungimento del pareggio di bilancio, quantificava il ritmo dell’aggiustamento verso l’obiettivo di bilancio di medio-termine in uno 0,1% del PIL annuo, contro lo 0,5% richiesto dal Patto di Stabilità. La “significativa deviazione” dall’obiettivo aveva spinto Jyrki Katainen, il futuro vice-presidente per crescita e lavoro ancora per pochi giorni in sella agli affari economici, a richiedere chiarimenti al ministro Padoan in una lettera presto diventata oggetto di scontro tra il premier Renzi e il presidente uscente Barroso, ma in realtà piuttosto moderata nei toni e priva delle tanto temute bocciature.

Ieri la risposta dal numero 1 di Via XX Settembre, in una lettera altrettanto pacata ma piuttosto densa, di numeri e visione strategica: 3,3 miliardi verranno spostati dal fondo per la riduzione fiscale al contenimento del deficit, per un ritmo annuo di aggiustamento strutturale che aumenterà allo 0,3% del PIL. Il governo italiano aggiunge anche 500 milioni tratti dalla riduzione della quota nazionale di cofinanziamento sui fondi strutturali, altri 700 dall’estensione del regime di inversione contabile IVA e un “ambizioso” piano di privatizzazioni da 0,7% del PIL ogni anno. La serie di iniziative, continua Padoan, è legittimata dal ricorso al quinto articolo del regolamento 1466 del 1997, che permette di sfruttare i cuscinetti di flessibilità insiti nel Patto di stabilità in caso di cicli economici avversi. Avversità che il ministro racchiude in una cifra: 9%, la perdita di ricchezza in Italia negli ultimi anni. Troppo per rischiare il quarto anno consecutivo di recessione e il realizzarsi del rischio deflazione.

Il carteggio tra governo e Commissione europea è comunque da leggersi nel contesto di una trattativa già avviata da tempo, con lo stesso Katainen a giocare da ponte fra la commissione uscente e il collegio Juncker: non è un mistero che il presidente eletto  sia molto più accomodante in materia di finanza pubblica del predecessore ed è di fatto con lui che Roma ha iniziato a discutere le strategie di crescita per i prossimi anni, mettendo ormai da parte un Barroso che pure negli ultimi giorni ha provato a mettersi di traverso ad ogni possibile accordo.

L’ultimo atto della mediazione è andato in scena proprio al termine del vertice dei capi di Stato e di governo, lasciato al coperto dalle sparate mediatiche del premier rottamatore. Da un lato lo 0,1% di Renzi e Padoan, dall’altro lo 0,5% dell’irreprensibile Barroso: non solo un gioco di percentuali, ma il tentativo di dare una forma finalmente anticiclica alle politiche di bilancio. La Commissione offriva un aggiustamento annuale dello 0,25%, Padoan e Renzi hanno quindi rilanciato allo 0,3%, ottenendo da Juncker e Katainen anche la promessa di esenzione da una nuova procedura d’infrazione che prima il Berlaymont non era in grado di garantire.

Ora la palla torna in ambito nazionale: l’accordo stretto con Bruxelles verrà incluso in un emendamento alle legge finanziaria che consentirà a Padoan di blindare il movimento e a Renzi di sbandierare in patria una prima vittoria contro il Leviatano di Bruxelles, un risultato che comunque riconosce all’Italia una ritrovata credibilità negoziale fornita dall’arduo percorso di rientro al di sotto dell’agognato 3% portato avanti dai “tecnici” Monti e Letta.  All’esecutivo, tuttavia, anche il più arduo compito di tradurre in realtà gli obiettivi di spending review, ancora orfani dei dati dei tagli di responsabilità dei Ministeri, e delle stesse privatizzazioni, che da anni si arenano nelle agende di vari governi.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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