martedì , 20 febbraio 2018
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Draghi: BCE taglia tassi, ma vero nodo è inflazione

Da qualche anno i banchieri centrali sono assurti all’equivalente dei visir nell’antico Egitto: uomini dotati di poteri speciali in grado di orientare le sorti economiche di una nazione tramite incomprensibili manovre sui tassi a breve e lungo termine o tramite acquisto di titoli sui mercati. Questa nuova forma di adorazione è al contempo positiva e negativa. Positiva, perché i popoli europei si rendono sempre più conto dell’importanza della banca centrale nella vita di tutti i giorni (ad esempio nel determinare indirettamente le rate dei mutui a tasso variabile). Negativa, perché pensare che la politica monetaria da sola possa bastare è un po’ come pensare che una nazionale di calcio possa vincere i Mondiali facendo giocare solo attaccanti – sia pure i più bravi del mondo.

Mario Draghi sarà anche il “Maradona dei banchieri centrali”, ma l’eurozona non può confidare solo su questo formidabile attaccante, le cui mosse peraltro, per ora sono state poco fulminee: la mini-tassa (0,10%) sui depositi delle banche presso i forzieri di Francoforte, ad esempio, è entrata in vigore solo dopo quasi un anno di allarmi-deflazione lanciati dagli economisti mondiali, a causa dell’inflazione media ben al di sotto dell’obiettivo dichiarato del 2%. I riflessi, insomma, non sembrano quelli di Maradona, ma di un normale attaccante di provincia.

La timidezza di Draghi, come noto, è dovuta all’intransigenza germanica nel perseguire il “divieto di finanziamento diretto degli Stati”: la BCE non può acquistare titoli di Stato dei Paesi dell’eurozona alle aste, ma solo sul mercato secondario e rispettando precise condizioni (ad esempio “sterilizzando” gli acquisti, ritirando liquidità per non aumentare l’offerta di moneta). Tuttavia, Supermario, il 5 giugno scorso, mentre annunciava l’ennesimo abbattimento dei tassi, ha aperto una breccia: per la prima volta si è potuto permettere di non sterilizzare acquisti di titoli dei PIIGS per circa 160 miliardi di euro. Un’eresia che certamente non passerà inosservata a Berlino, dove gli anti-Draghi sono in rimonta, dopo il buon risultato di Alternative für Deutschland alle europee.

Se a questa mossa si unisce il fatto che l’eurozona sopravvive, di fatto, grazie al famoso “whatever it takes” del luglio 2012 – la promessa di Draghi di fare della BCE un prestatore di ultima istanza in caso di grave crisi – si capisce il perché oggi sia necessaria una vera svolta. Il punto fondamentale è di facile comprensione: la BCE non può essere una specie di bancomat per banche e lesinare aiuti agli Stati. Questa è una delle follie che ha contribuito a diffondere lo scetticismo verso le azioni dei decision-maker comunitari.

È l’ipocrisia a tenere in piedi il gioco: si ammette che senza la “promessa” di Draghi tutto sarebbe crollato, ma non si ammette che sarebbe molto più saggio trasformare da subito la promessa in realtà. Se la BCE fosse libera di poter fare acquisti di titoli di Stato sul mercato primario – senza attivazione automatica di meccanismi di austerity – e di poter conseguentemente aumentare l’offerta di moneta, l’inflazione media decollerebbe agevolmente sopra il 2%, e probabilmente si avvicinerebbe al 3%, con tassi che nei Paesi mediterranei non andrebbero oltre il 4%.

Pensare che la morsa della bassa inflazione possa essere rotta semplicemente disincentivando il “parcheggio di liquidità” delle banche commerciali presso la BCE è un’illusione. Si parla infatti di poche decine di miliardi di euro che entrano nel sistema e non è nemmeno certo che finiscano nell’economia reale. Negli Stati Uniti o in Giappone invece sono stati immessi trilioni di dollari o di yen tramite operazioni di mercato aperto. Un’inflazione media al 2,5 o al 3 sarebbe dannosa per i risparmiatori e per i possessori di rendite, ma sarebbe ossigeno puro per gli Stati oberati dai debiti.

Questo è il bivio vero che Draghi dovrebbe affrontare: sapendo che ridurre il debito pubblico con bassi tassi inflattivi è opera quasi impossibile, ha senso mantenere tutti i costi dell’aggiustamento solo sui contribuenti dei Paesi indebitati? Non sarebbe meno pericoloso far decollare l’inflazione a livelli più salutari trasferendo l’onere sui possessori di bond e sugli investitori in fondi azionari? Molto probabile che prima o poi si arrivi a questo bivio. La “luna di miele” dei mercati azionari e dei titoli sovrani è puramente dipendente dalle mosse della banca centrale, mentre la realtà macroeconomica di Italia, Grecia, Portogallo (e ora anche Francia, Olanda, Finlandia) è drammaticamente reale.

Photo: © European Central Bank, 2014, www.flickr.com

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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