martedì , 21 agosto 2018
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Draghi, la Commissione e quella lettera galeotta

Si è mosso in segreto Mario Draghi, celando ad occhi indiscreti la missiva diretta il 30 luglio al Commissario Almunia. La richiesta è scottante: flessibilità sulla nuova disciplina degli aiuti di Stato alle banche. Il nodo del contendere, la condivisione dei salvataggi tra contribuenti e azionisti o, in termini tecnici, il passaggio dai bail-out al bail-in, per alleggerire il peso sulle casse statali – 4.500 miliardi di euro tra 2008 e 2011.

A proposito di bail-in di azionisti e obbligazionisti prima di un eventuale intervento dello Stato, i Paesi membri avevano già trovato un consenso all’ECOFIN di giugno sulla Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD), sancendo il prioritario apporto dei capitali privati alla risoluzione di banche insolventi a partire dai crediti junior (azionisti e detentori di obbligazioni subordinate o convertibili in equity), escludendo i depositi sotto i 100.000 euro.

Dal 1 agosto, la disciplina della Commissione sugli aiuti di Stato riguarda invece gli istituti solventi ma costretti a chiedere alle casse statali una ricapitalizzazione o ristruttrazione dei crediti deteriorati. In questi casi, l’intervento pubblico è autorizzato solo una volta espletate tutte le vie di raccolta tramite il mercato o fondi privati, e subordinato ad un rigoroso piano di ristrutturazione.

Qui scattano i timori di Draghi: con un’unione bancaria in fieri, coinvolgere nelle perdite i creditori subordinati potrebbe generare una fuga dal mercato e un’ulteriore stretta del credito. Il numero uno dell’Eurotower pensa in particolare a quegli istituti in linea con i requisiti minimi di capitale, ma costretti ad aumentarlo in seguito a richieste dell’autorità di sorveglianza. Situazione che le banche italiane potrebbero affrontare al termine dell’Asset Quality Review che la BCE condurrà dalla prima metà del 2014. Come nota Federico Fubini su La Repubblica, per la prima volta Draghi pare abbandonare la proverbiale imparzialità, realmente preoccupato per il rischio sistemico che può originarsi in Italia.

I prodromi ci sono tutti: l’alto livello di crediti deteriorati, soprattutto nei confronti delle imprese, i quasi 8 miliardi di bond subordinati da rimborsare tra 2014 e 2015, la questione mai risolta di Montepaschi. Nel Financial System Stabilty Assessment che il FMI ha pubblicato in settembre, la simulazione degli stress test rivela che le banche italiane avrebbero bisogno di capitali da un minimo di 1,1 miliardi ad un massimo di 14, secondo i vari scenari di crescita. In quello peggiore (-4,2% rispetto alle previsioni attuali) a soffrire di più sarebbero le banche popolari e quelle a controllo prevalente da parte delle fondazioni, per un totale di 5,2 miliardi.

Tuttavia, una deroga alla disciplina attuale non sembra la giusta soluzione. La garanzia statale, oltre a sostenere l’azzardo morale, ha sinora distorto il costo della raccolta di capitale in Europa contribuendo ad un’errata allocazione del rischio. Se questo non è calcolato nei rendimenti dei debiti subordinati, come premio maggiore a fronte del potenziale coinvolgimento nel bail in, questo andrà inevitabilmente sui titoli sovrani. «Il rischio non si può nascondere», è la tesi che Paul Tucker, vice-governatore della Bank of England, sostenne a Francoforte nel 2012, poi ripresa con forza a settembre da Benoît Cœuré, membro del Direttivo BCE, in un discorso tenuto all’Università Bocconi.

L’unione bancaria nasce per “rompere il circolo vizioso tra debiti sovrani ed economia reale”. Le banche italiane detengono circa il 9% dei loro asset in titoli di Stato: un nuovo aumento degli spread riavvierebbe quel circolo vizioso che l’UE vuole abbattere. Più convincenti appaiono misure simili a contenute nella bozza di legge di stabilità presentata dal Governo Letta, che porta a 5 gli anni di deducibilità di svalutazioni e perdite; manovra accolta tiepidamente da ABI e Fondazioni, che aspiravano alla deducibilità in un solo anno, ma che dovrebbe comunque fruttare un miliardo di profitti aggiuntivi tra il 2014 e 2015, secondo stime riportate dal Sole24Ore.

Piani di aiuti pubblici verrebbero comunque valutati caso per caso – rassicura la Commissione – e accordati qualora fosse a rischio la stabilità finanziaria. Perché allora tornare sui propri passi, quando persino la Germania, così gelosa del controllo sulle sue banche e sui salvataggi delle stesse, spinge per l’introduzione dei bail-in? Non è questo il momento per misure pro patria.

In foto, il governatore della BCE Mario Draghi (© Wikimedia Commons)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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