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Draghi al PE: servono riforme per uscire dalla crisi

La commissione per gli affari economici e monetari (ECON) è una di quelle su cui finiscono i dossier più caldi del Parlamento Europeo, dove si discute concretamente di ripresa economica, disoccupazione, crescita. Dove spesso emergono le differenze di vedute tra il Parlamento e il Consiglio, che negli ultimi anni è stata l’istituzione più allineata alla posizione tedesca (la crescita grazie al rigore e alle riforme). Anche per questo è significativo che come Presidente di questa commissione sia stato eletto un europarlamentare del gruppo socialista (S&D) e perlopiù italiano: Roberto Gualtieri, del Partito Democratico.

In diverse interviste rilasciate prima e dopo la nomina, Gualtieri ha lasciato intendere che l’impronta della commissione ECON da lui guidata sarà quella del Partito Socialista Europeo. Ovvero, cercare di ottenere maggiore flessibilità per la crescita e soprattutto per gli investimenti, la cui assenza è il vero perno dell’attuale stagnazione economica, secondo l’interpretazione progressista (una battaglia che Gualtieri ha già portato avanti, riuscendo a ottenere lo scorporo, nel calcolo del deficit, del cofinanziamento richiesto agli Stati per accedere ai fondi europei). La stessa Presidenza della commissione è un primo passo di questa strategia e uno dei primi risultati dell’accordo tra socialisti e conservatori per sostenere la nomina di Juncker. Lo stesso Juncker, nel suo discorso davanti al Parlamento Europeo, ha proprio parlato di investimenti – per 300 miliardi – in alcuni settori strategici (anche se la vaghezza delle formule utilizzate ha sollevato più di una critica).

Lunedì scorso la nuova commissione ECON ha incontrato per la prima volta il Presidente della BCE Mario Draghi, nel corso del secondo Dialogo Monetario di quest’anno. I Dialoghi Monetari sono generalmente quattro all’anno e rappresentano il momento di confronto tra Parlamento e BCE. In ogni democrazia, la Banca Centrale deve infatti rendere conto delle proprie decisioni a un organo eletto, in ultima istanza ai cittadini. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito il Congresso e la Camera dei Comuni esercitano veri e propri poteri di indirizzo nei confronti delle rispettive banche centrali, potendo modificarne lo statuto o richiedendo specifici interventi di politica monetaria. In Europa il Parlamento non ha nessun potere effettivo sulla BCE, perché i Trattati non lo prevedono (e difficilmente saranno cambiati).

Per questo i Dialoghi Monetari sono importanti: costituiscono l’unico momento in cui il Parlamento si confronta con l’istituzione che decide la politica monetaria per i 16 paesi dell’Unione che hanno adottato la moneta unica. Il momento in cui la voce dei cittadini – che in diversi Paesi dell’eurozona è alquanto critica – può essere ascoltata.

Eppure questi momenti di incontro non sono particolarmente efficaci. Uno studio preparato proprio per la commissione ECON a marzo ha evidenziato diversi limiti del Dialogo Monetario. Tre elementi, in particolare, sono messi in luce: il fatto che il Presidente arrivi con un lungo discorso già pronto, il fatto che le domande poste dagli eurodeputati siano spesso più politiche che tecniche e, infine, il fatto che i membri della commissione siano presenti tutti e 61 – troppi per un confronto strutturato. Lo studio suggerisce quindi di modificare questi elementi per rendere il Dialogo uno strumento asimmetrico.

Anche un elemento fisico potrebbe essere considerato: lunedì, come da tradizione, Mario Draghi è intervenuto sedendo tra il Presidente e i suoi vice, confrontando frontalmente l’aula, dall’alto in basso. Quando il Governatore della FED partecipa a un’audizione presso la Commissione per i Servizi Finanziari del Congresso americano, siede invece in basso, ricevendo le domande da pochi e selezionati membri della Commissione che lo incalzano dallo scranno più alto dell’aula.

In questo ultimo Dialogo Monetario, Draghi ha ricordato che la BCE lancerà a settembre le nuove TLTRO, operazioni di rifinanziamento a lungo termine con specifici obiettivi, nel tentativo di sostenere ulteriormente il mercato del credito europeo e il tasso negativo introdotto sui depositi. Ma l’accento era senza dubbio su un punto: nell’opinione del suo Presidente, la BCE non è lo strumento per uscire dalla crisi. L’unica strada sono quelle riforme strutturali che da tempo l’Unione chiede ai suoi membri, ma il cui costo sociale risulta, almeno in Parlamento, sempre meno accettabile.

Foto, © European Central Bank / Flickr 2014

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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