domenica , 19 agosto 2018
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I grattacieli del distretto finanziario di Varsavia ©Filip Bramorski-Flickr

Est Europa, da pecora nera a prima della classe?

Est Europa è da sempre un concetto geografico molto approssimativo e un po’ abusato, ma molto utile ad etichettare quella complessa, variegata – e talvolta burrascosa – zona che si estende da Vienna fino a Mosca, dall’operosità centro-europea sino all’imprevedibilità slava, passando per le tormentate terre balcaniche e la ritrovata vivacità economico-culturale dei Paesi baltici. Sebbene nell’immaginario comune rimanga, anche a causa di conflitti passati (Jugoslavia) e attuali (Ucraina), una fascia d’instabilità politica e di povertà piuttosto diffusa, bisogna in realtà dire che nei report delle banche d’affari e negli studi accademici il vicino Est – a non più di quattro ore di volo da Bruxelles – è dipinto soprattutto come una terra promessa di crescenti opportunità. E non solo a causa dei bassi costi del lavoro.

Dall’acciaio al terziario, l’Est cambia volto

Certo, nella fase del decollo delle economie post-sovietiche, che si è conclusa almeno a livello simbolico con l’entrata di Bulgaria e Romania nell’Ue (2008), i ridotti costi di manodopera ed energia, oltre alla fame di investimenti esteri, sono stati fondamentali per creare occupazione e ristabilire una parvenza di quello stato sociale che era quasi del tutto scomparso dopo il crollo dell’economia pianificata. Tuttavia, da qualche anno si è assistito ad un mutamento radicale: non più solo tondini e acciaio, ora soprattutto i giovani puntano sui servizi, sul terziario, a partire dal turismo e dalla finanza. Un cambio di scena che si può percepire semplicemente passeggiando per le strade del fantastico centro storico di Cracovia o ammirando la ricostruzione pressoché perfetta della Bascarsija, il quartiere ottomano di Sarajevo gravemente danneggiato durante l’assedio serbo di inizio anni Novanta, oggi brulicante di negozi di bigiotteria e ristoranti d’ogni tipo. Inoltre, i grandi gruppi bancari, su tutte l’italiana Unicredit e l’austriaca Raiffeisen Bank, stanno aumentando la loro presenza sia nel retail che nel private banking.

I numeri della ripresa

I dati della crescita economica fanno invidia a molte nazioni dell’Ovest. Secondo le stime Fmi, nel 2015 l’Ungheria di Orban dovrebbe crescere del 2,3% dopo un ottimo +3,3% fatto registrare l’anno passato. Romania e Bulgaria registreranno un +2,5% così come Repubblica Ceca e Slovacchia, mentre la Polonia dovrebbe proseguire il suo piccolo boom con un brillante +3,3%. Ovviamente non tutto lo sconfinato Est vive questo momento d’oro: l’Ucraina nel 2014 ha perso quasi sette punti di Pil e nulla fa presagire una ripresa imminente; la Russia è nelle note condizioni di difficoltà dovute al contemporaneo effetto del calo del prezzo del gas naturale e delle sanzioni occidentali; la Croazia sta attraversando un periodo difficile, con una piccola recessione prevista nel 2015.

Questi numeri vanno in ogni caso presi con le pinze: si tratta di Stati, con le parziali eccezioni della Polonia e della Slovacchia, che hanno vissuto grosse difficoltà dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008. In molti casi, a partire dall’Ungheria, stiamo assistendo ad un graduale ritorno ai livelli “pre-crisi” esattamente come – si spera – dovrebbe accadere in Spagna o in Irlanda. Anche nei Paesi mediterranei la disoccupazione rimane a livelli alti o insostenibili e le diseguaglianze, a causa di regimi fiscali discutibili (in Bulgaria vige una flat tax sui ricchi), sono preoccupanti. Insomma: i problemi più urgenti sul tavolo sono comuni a quelli delle economie occidentali, da cui del resto dipendono per la gran parte delle commesse, fatta esclusione per i Paesi orbitanti in area russa.

Obiettivo: fare pace con Mosca

Proprio la risoluzione dello scontro tra Russia ed Europa occidentale, acuitosi dopo il conflitto congelato nell’Est Ucraina, è una delle chiavi per sviluppare ancora di più le giovani economie est-europee: un rinnovato dialogo tra le parti in causa, che coinvolga anche la Turchia e una Cina interessata a fare di Atene un hub per smerciare i suoi beni in tutto l’Est Europa, può dare benzina al motore della ripresa economica.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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