martedì , 14 agosto 2018
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Photo © Emilian Robert Vicol - www.flickr, 2010

Euro: risparmiare in Germania oggi non conviene più

L’eurozona è un’area in cui i comportamenti dei risparmiatori variano grandemente: a differenza degli Stati Uniti, dove la propensione al risparmio è bassa più o meno ovunque (anche se la crisi ha sconvolto tutto: ora molti americani stringono la cinghia per pagare anni di eccesso di debito facile), nel Vecchio Continente le attitudini delle singole nazioni tendono ad essere ancora prevalenti. Del resto, e non bisogna dimenticarlo, gli Stati Uniti hanno un “vantaggio” rispetto all’Unione Europea di circa due secoli, il che non è poco.

Qualche similitudine rende facilmente l’idea: i tedeschi sono formiche, cioè amano risparmiare e accumulare grosse quantità di denaro per godersi la pensione in tranquillità presso qualche chalet della bella Baviera. Gli italiani erano un tempo formiche, ma dal 2008 la quota di risparmio su PIL si va erodendo, pur rimanendo sempre cospicua. I greci e gli spagnoli, anche per retaggi culturali (una visione più fatalista della vita), oltre che a possedere livelli di reddito e di patrimonio più bassi, tendono invece a consumare di più. Naturalmente i tassi di risparmio sono ancor più esigui nell’Est Europa, dove una buona parte della popolazione consuma quasi tutto il reddito per vivere.

image001Questa breve ricognizione permette superficialmente di capire come mai le banche italiane abbiano superato la crisi con scioltezza – nonostante qualche inciampo, come nel caso Mps (Montepaschi Siena) – e, al contrario, le banche greche o cipriote siano collassate su se stesse con fragore. Il motivo fondamentale era il seguente: le banche spagnole o greche erano sottocapitalizzate e  spinte a prendere rischi eccessivi, dato che potevano fare affidamento su un mercato domestico asfittico e poco propenso al risparmio. A sua volta, il sistema italiano era solido, ma “avaro”, soprattutto perché si interfacciava quasi sempre con piccole-medie imprese che hanno tassi di solvibilità mediamente più bassi rispetto alle grandi imprese (che sono prevalenti in Germania).

La situazione creatasi a partire dall’introduzione dell’euro è riassunta nella figura qui a lato: una costante divaricazione tra i tassi d’interesse su un deposito bancario praticati a Berlino rispetto a quelli praticati nelle altre capitali europee, a partire da Roma. Nonostante la moneta unica sia ormai realtà da oltre un decennio e recentemente sia stata approntata anche l’Unione bancaria sotto vigilanza della BCE, un euro depositato in una banca tedesca non è uguale ad un euro depositato in una banca italiana. Questo è uno spread poco conosciuto, maneggiato solo dagli addetti ai lavori, a differenza dell’ormai celeberrimo spread legato ai titoli di Stato, ma forse provoca delle distorsioni maggiori di quanto si creda.

Il differenziale dei tassi d’interesse su deposito ci dice che siamo ancora lontani dall’uniformità del rischio percepito all’interno di ‘eurolandia’: chi investe una cifra ingente in Germania sa che gli interessi corrisposti saranno più bassi, ma sa anche che questo avviene in virtù dell’alta credibilità del sistema finanziario tedesco.

E’ evidente che una tale discrepanza risulti indigesta ai Paesi che hanno dei sistemi bancari meno efficienti, ma le conseguenze si fanno sentire anche in Germania. Essere un risparmiatore a Berlino è ormai diventato un mestiere non facile: gli interessi sono troppo bassi, il risparmio s’accumula senza generare una mole accettabile di interessi. Questo ci spiega come mai i fondi pensioni e i fondi d’investimento tedeschi, capeggiati dall’indomito Presidente della Bundesbank Jens Weidmann, siano così ostili alla politica espansiva di Mario Draghi.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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