martedì , 14 agosto 2018
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Euroscetticismo e politiche di austerità: una relazione pericolosa?

Il Primo Ministro italiano Enrico Letta e il presidente della Commissione Europea Manuel Barroso hanno recentemente espresso il timore di una “calata dei barbari” euroscettici alle prossime elezioni europee. Questo timore è stato corroborato dal fatto che il Front National di Marine Le Pen sia dato dai sondaggi come primo partito di Francia: buona parte di tale strabiliante risultato è ascrivibile al fatto che la signora Le Pen grida ai quattro venti di uscire dall’euro e di mettere un freno alla globalizzazione. Non bisogna poi dimenticare che il partito anti-euro tedesco, Alternativa per la Germania, ha sfiorato il 5%, pur avendo fatto una campagna elettorale piuttosto morbida.

L’errore più esiziale che i decision-maker europei potrebbero fare è l’arroccamento elitario: ignorare o, ancor peggio, demonizzare le istanze che vengono “mediate” da questi movimenti, che vengono definiti “populisti”: sarebbe demenziale per la sopravvivenza stessa dell’Unione. E’ un errore ricorrente: ad esempio, nel 2005, Francia e Olanda bocciarono seccamente il referendum sulla Costituzione europea. Era un chiaro segnale di difficoltà di relazioni tra le pubbliche opinioni europee e la classi dirigenti di Bruxelles e Strasburgo. Si badi che tale sentimento nasce spesso dal fatto che i cittadini vogliono da anni più Europa, e non meno. Ma vogliono un’Europa in cui possano contare di più.

Ovviamente, dopo lo scoppio della crisi, l’Europa è diventata un bersaglio: l’aspetto grave è che questo era prevedibile, visto che alle difficoltà politiche si sono associati degli errori grossolani di politica economica che hanno trasformato l’Europa – parola di George Soros – in qualcosa di simile a un incubo.

Accusare i popoli dei “Piigs” di non comprendere i benefici delle cure di austerità è uno sport che va molto di moda presso le elite. Tuttavia, gettare la croce addosso ai greci, ai portoghesi o agli italiani che non vogliono i sacrifici non solo è un esercizio accademico, ma un puro ribaltamento della realtà. La verità è che chi scese in piazza in Grecia nel 2010 contro i primi pacchetti di salvataggio della Troika aveva ragione, nel senso che i programmi di austerità hanno peggiorato le loro economie. In altre parole: pare che i sacrifici non solo siano stati dannosi, ma sostanzialmente inutili.

L’austerità ha fallito nel suo primario obiettivo: mettere sotto controllo le finanze pubbliche. Gli inasprimenti fiscali e i tagli alla spesa pubblica hanno portato a un arretramento costante dell’attività economica: questo è accaduto anche perché i tagli sono stati compiuti in un momento in cui c’era più bisogno dello Stato, a causa dell’aumento vertiginoso del numero di disoccupati richiedenti un sussidio pubblico. Si sono continuati a registrati deficit pubblici, anche se di minor entità, e lo stock totale di debito pubblico è aumentato in tutti i Paesi.

Il PIL dell’eurozona è del 3% al di sotto dei livelli del 2007/2008. Se si guarda all’andamento delle singole economie, il panorama è disastroso: l’economia greca è arretrata del 23%, Spagna e Irlanda hanno perso 8 punti percentuali di PIL, l’Italia quasi 9. I livelli di disoccupazione sono così noti, ed insostenibili, che risulta ridondante riportarli ancora una volta.

Tutto ciò è accaduto, ed è bene ricordarlo, nonostante siano state prese misure straordinarie. Il debito greco è stato oggetto di haircut (ristrutturazione volontaria dei creditori), ma nonostante questo “default controllato” la sua traiettoria è rimasta ascendente. Inoltre, nel luglio 2012, Draghi ha annunciato che “avrebbe fatto di tutto” per salvare l’eurozona, compresi gli acquisti diretti da parte della BCE di titoli sovrani tramite il programma OMT (Outright Monetary Transactions). Nonostante vi sia stato un indubbio effetto-annuncio, gli spread tra i titoli sovrani europei rimangono elevati e ben superiori ai livelli pre-crisi, nonostante il rendimento dei Bund sia ultimamente in netto aumento.

Siamo quindi ad un punto di svolta: nell’aria prevale la sensazione di stanchezza per un progetto europeo che pare naufragato a causa di un eccessivo focus sui principi contabili, piuttosto che su quelli politici e culturali. Se la strada per il rilancio dell’Europa dovesse passare per un breve successo del Front National, ben venga. Ma se si dovesse perdere anche questo treno, allora sarebbe meglio trarre delle conclusioni amare che nessuno prenderebbe a cuor leggero.

In foto le proteste sindacali del 2012 a Belfast contro l’austerità (Foto: Wikimedia Commons)

 

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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