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Fare i conti senza la Corte: l’influenza di Karlsruhe sulle scelte dell’Unione Europea

Il palazzo che ospita la Corte Costituzionale Federale tedesca è caratterizzato, per volontà dell’architetto Paul Baumgarten, da ampie finestre su tutti i lati, per trasmettere ai cittadini tedeschi il senso di trasparenza delle istituzioni e della democrazia. L’edificio si trova nella città di Karlsruhe, nel Baden-Wüttemberg, a pochi chilometri dal confine con la Francia e da Strasburgo, in un’area storicamente oggetto di contese territoriali tra Francia e Germania. In modo completamente diverso, la contesa continua ancora oggi e riguarda direttamente la Corte di Kalsruhe e il rapporto tra la Germania e il resto d’Europa.

Quando Angela Merkel decise di aderire al complesso meccanismo dell’ESM (European Stability Mechanism), una moltitudine di cittadini e soggetti istituzionali decisero di presentare ricorso presso la Corte Costituzionale, per capire se le misure che il fondo ESM poteva comportare fossero o meno compatibili con il diritto interno e la Costituzione tedesca. L’attivismo della Corte e il suo prepotente intervento nella gestione della crisi del debito trascinarono così il dibattito sul rapporto fra norme europee e costituzionali fuori dai confini accademici: lo scorso autunno i mercati europei (e non solo) attesero infatti con trepidazione la decisione della Corte che pendeva sul futuro dell’ESM.

La ragione alla base  dei ricorsi, almeno per i tedeschi, è molto semplice. Per ragioni di popolazione e PIL, la Germania sarà praticamente sempre il principale contributore di qualunque fondo ripartito in quote, esattamente come lo è della Banca Centrale Europea, di cui sottoscrive la maggioranza del capitale. Nel caso in cui dunque il fondo dovesse essere dispiegato per salvare un Paese a rischio insolvenza, sarebbero utilizzati in ampia misura soldi dei contribuenti tedeschi, tuttavia mai vincolati da alcuna consultazione interna ad un simile utilizzo delle loro tasse.

Questa settimana si è discusso l’ultimo capitolo della saga. La Corte ha infatti tenuto alcune audizioni relative alle Outright Monetary Transactions (OMT), le operazioni annunciate da Mario Draghi nel settembre 2012, dopo che in luglio il governatore ebbe a dichiarare che la BCE «avrebbe fatto tutto il possibile per salvare l’euro». Le OMT sono un programma di acquisto di titoli del debito pubblico con scadenza a tre anni, che la BCE potrebbe decidere di attivare su richiesta di uno Stato che faticasse a rifinanziare il proprio debito sovrano. Per questo programma la disponibilità di copertura della BCE è sostanzialmente illimitata. Le OMT sono però diverse dal quantitative easing della Federal Reserve: anzitutto perché possono essere attivate solo a fronte del dispiegamento dell’ESM, e dunque ponendo lo Stato che ne usufruisse di fronte a una puntuale serie di richieste e controlli, in secondo luogo perché tutta la liquidità utilizzata per le operazioni di acquisto viene sterilizzata dalla Banca, invece di gonfiarne il bilancio. Come a dire: non si immette moneta nel sistema, perché la BCE vende, per ogni titolo pubblico comprato, un equivalente in altri titoli.

Sino ad ora, le OMT sono rimaste sulla carta, uno strumento che Mario Draghi non ha mai dovuto impiegare.  Sapere che la BCE è disposta a fare tutto il possibile per bocca del suo Presidente, per i mercati, è un sollievo già sufficiente. A questo punto la controversia con la Germania e con la sua Corte Costituzionale appare ancora più insensata: non un euro dei contribuenti tedeschi è stato speso e i meccanismi anticrisi creati sono la rassicurazione ai mercati creata appositamente per non spenderli, quegli euro. Certo, la critica tedesca è sempre stata più sottile e fondata sul problema dell’azzardo morale: sapendo di avere le spalle coperte, il rischio è che i Paesi in crisi incrementino il debito, piuttosto che ridurlo. Ma le spalle sono coperte da un meccanismo, l’ESM, piuttosto rigoroso cui non molti sono disposti a cedere un pezzo di sovranità economica.

La Corte di Kalsruhe ha peraltro già chiarito di non avere competenza a giudicare sull’operato di un’istituzione europea. La questione sembra quindi più molto politica che tecnica: da una parte la Germania e la Bundesbank, il cui ufficio studi continua a produrre report sui costi che le OMT glissando sulle conseguenze di un’uscita dall’euro di uno o più Paesi. I più maliziosi cominciano a pensare che questa ipotesi alla Bundesbank non dispiaccia troppo, considerato che diventerebbe la più potente banca centrale d’Europa, mentre oggi è solo un ramo periferico del SEBC. Dall’altro lato, tutti quelli che insistono per uscire dalla spirale recessiva utilizzando anche, per quanto possibile, la leva monetaria.

Non è allora un caso che mercoledì 12 giugno Christine Lagarde abbia voluto difendere le scelte di Mario Draghi in un’intervista al Suddeutsche Zeitung, a una settimana esatta dalla pubblicazione del rapporto con cui il Fondo Monetario Internazionale ha ufficialmente preso le distanze dalle decisioni della troika sulla crisi greca. Anche Martin Schulz, Presidente del Parlamento Europeo, ha ricordato come le operazioni OMT siano un elemento essenziale per la stabilità dell’eurozona. Sia Schulz che Lagarde sono possibili candidati alla guida della Commissione l’anno prossimo: i tedeschi e la Bundesbank potrebbero quindi non avere molto tempo, prima che la politica economica dell’Unione si trovi a cambiare rotta. Meglio allora provocare un po’ di più adesso, e magari ottenere maggior peso nei negoziati per l’unione bancaria. La politica della Germania in Europa, oggi, passa anche da Karlsruhe.

In foto, palazzo della Corte Federale Costituzionale di Karlsruhe (Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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